Per quanti credono che i tempi difficili siano ancora lontani qui di seguito alcuni approfondimenti sulla questione energetica. Ogni persona di buon senso dovrebbe capire qual’è il cambiamento di rotta da fare, eppure la classe politica insiste a credere nel modello neoliberista della crescita infinita e, ad esempio, invece di incentivare il fotovoltaico incentiva la rottamazione e le case automobilistiche… Questo accade alle soglie della fine dell’era del petrolio e dell’energia facile a bassi prezzi. I casi sono due, o i politici non hanno ancora capito o non vogliono capire… Lascio a voi trarre le debite conclusioni.
Il contesto energetico globale: Prospettive future
Gian Paolo Beretta
professore ordinario di Fisica tecnica nell’Università di Brescia
Il mondo scientifico può fornire un importante contributo in tema di energia sia con le analisi delle situazioni e delle prospettive allo stato attuale delle conoscenze tecnologiche, sia con la lettura critica delle analisi di scenario relative alle previsioni di crescita dei fabbisogni delle diverse nazioni in rapporto alle stime delle riserve e alle prospettive di sviluppo tecnologico. La complessità del tema non deve essere sottovalutata o offuscata da illusorie promesse di facili quanto improbabili soluzioni dei problemi da affrontare. È quindi necessario analizzare il quadro storico dei consumi energetici dell’umanità, anche in relazione ad altri fattori di sviluppo socio-economico, e tentare di proporre un possibile scenario energetico per il resto del secolo XXI considerando tanto la crescita dei fabbisogni globali, quanto il possibile insieme di fonti che utilizzeremo per farvi fronte e le conseguenti immissioni in atmosfera di gas serra.
I consumi globali di energia
I consumi nell’ultimo trentennio del 2000 sono pressoché duplicati. Nel 2004 il consumo globale di energia da fonti primarie è stato pari al potere calorifico di 11,5 miliardi di tep (tonnellate equivalenti di petrolio), con una media per persona di 1,75 tep/anno (in Europa 3,5). Il 77,8% del fabbisogno è coperto dai combustibili fossili (32,6% petrolio, 21,1% gas naturale, 24,1% carbone), il 5,4% dai combustibili nucleari, il 16,5% dalle fonti rinnovabili, di cui la principale è l’idrica (5,5%), mentre il restante 1,1% è costituito principalmente da biomasse non commerciali, cioè legno, fieno e foraggi che nei paesi a economia rurale costituiscono ancora la fonte principale e che in un quadro globale corretto devono essere considerati, in quanto riguardano almeno i 2/3 dell’intera umanità. Nel 1850, per esempio, negli Stati Uniti due terzi dell’energia meccanica proveniva dai cavalli, e ancora nel 1925 i cavalli erano circa 30 milioni. La percentuale del fabbisogno energetico coperta dai combustibili fossili nel 2004 risulta pari all’87,7%. L’utilizzo diretto dell’energia solare è stimato in circa 11 milioni di tep, pari a meno di un millesimo del fabbisogno globale.
Il fattore geoclimatico
Fra i fattori che determinano il consumo individuale delle diverse nazioni vi sono, per esempio, le condizioni geografiche e climatiche. Un clima rigido richiede un forte dispendio di energia per riscaldamento; una bassa densità di popolazione comporta spostamenti su grandi distanze e quindi elevati consumi per i trasporti; un’elevata umidità nei mesi estivi comporta alti consumi per la climatizzazione. Un altro fattore è l’efficienza tecnica e organizzativa nello sfruttamento delle fonti, che dipende dal sistema politico-economico interno alle singole nazioni. Per esempio, la burocrazia dominante nelle economie collettivizzate e pianificate a livello centrale, come l’ex Unione sovietica e la Cina, causa forti dissipazioni, sebbene non si tratti di arretratezza tecnologica, né di mancanza di vivacità interna. Le differenze di consumo energetico per persona, comunque, dipendono dal livello di sviluppo e di industrializzazione. Negli ultimi duemila anni, il fabbisogno complessivo è aumentato di ben 70 volte, la popolazione è aumentata di 20 volte e il consumo individuale è poco più che triplicato (da 0,5 a 1,7 tep/anno). La transizione da fonti di energia rinnovabili (legno e fieno) all’impiego massiccio dei combustibili fossili ha accompagnato e consentito i processi di sviluppo e industrializzazione che, dove sono avvenuti, hanno permesso profondi cambiamenti nella qualità della vita dell’umanità.
Il fattore tecnologico
In ogni periodo storico, il progressivo aumento di fabbisogno è stato in parte contrastato da miglioramenti nell’efficienza di utilizzo dell’energia grazie alla ricerca tecnico-scientifica. Agli albori della rivoluzione industriale, le prime macchine a vapore per l’estrazione dell’acqua dalle falde delle miniere di carbone avevano un’efficienza di poco più dell’1%. Le moderne centrali a ciclo combinato e a celle a combustibile raggiungono oggi il 55-60%. Questo fa sperare nel continuo progresso scientifico, che a fine secolo dovrebbe portare a raggiungere rendimenti di conversione energetica di oltre l’80%. Il quadro dei consumi passati e delle risorse sinora consumate consente di stimare i consumi in questo secolo sulla base delle prospettive riguardanti il fattore demografico.
Il fattore demografico
È chiaro che non c’è spazio sulla Terra per una crescita indefinita della popolazione. Secondo gli studi più attendibili, un futuro sostenibile per il pianeta richiede che il numero di abitanti del globo si stabilizzi intorno al doppio dell’attuale popolazione, e ciò avverrà sostanzialmente a fine secolo. Ma i tassi di crescita demografica del pianeta varieranno molto da regione a regione. Gli studi evidenziano una correlazione inversa fra il consumo individuale di energia e il tasso di crescita demografica. L’energia infatti permette miglioramenti nel tenore di vita: accesso alle cure mediche e all’uso dei contraccettivi, servizi che accrescono il livello di alfabetizzazione, accesso alle informazioni, più opportunità di lavoro per le donne, aspettativa di vita più lunga e minor bisogno di mettere al mondo figli che da adulti garantiscano la sopravvivenza dei componenti improduttivi della famiglia (bambini e anziani). Il consumo individuale di energia è al tempo stesso un indice e uno strumento di sviluppo socio-economico. Paesi con elevato tenore di vita e alti consumi individuali di energia hanno tassi di crescita molto bassi o nulli. Paesi sottosviluppati hanno tassi di crescita elevati, che a volte portano al raddoppio della popolazione ogni 25 anni. Una tappa importante nello sviluppo sarà il superamento della soglia di 1 tep/anno individuale, soglia che sembra in grado di garantire una minore crescita demografica.
La fine dell’era del petrolio?
Eugenio Saraceno
esperto di Gestione delle risorse energetiche
Aspo Italia è un’associazione che studia il problema dell’esaurimento delle risorse naturali, in particolare delle risorse energetiche. Queste ultime. come è noto, rivestono un’importanza cruciale per l’economia mondiale in quanto assicurano la produzione di cibo, vestiti, prodotti di consumo, riscaldamento, raffrescamento, mobilità. Nell’attuale economia globalizzata la mobilità di merci e passeggeri è un aspetto fondamentale, poiché sempre più prodotti giungono a noi dai paesi ove è più conveniente acquistarli percorrendo lunghe distanze. Lo stesso vale per il trasporto aereo che permette di percorrere distanze sempre maggiori per turismo o affari. Tra tutte le risorse energetiche, la più strategica è il petrolio, poiché da esso si ottengono i più economici derivati liquidi, indispensabili per la stragrande maggioranza della domanda di trasporti e per l’industria chimica. La minore disponibilità di petrolio metterebbe in grave difficoltà questi due settori e, a catena, tutti gli altri settori industriali che, pur potendo utilizzare fonti energetiche diverse, dipendono dal petrolio per la distribuzione e la fruizione dei prodotti. Non è impossibile produrre carburanti liquidi per i trasporti e materiali chimici da altre fonti energetiche (come carbone, sabbie bituminose, gas o biomasse), ma il petrolio è l’unico che permette di ottenere i derivati liquidi nel modo più economico ed efficiente possibile.
Quando l’offerta di petrolio greggio diminuisce o non riesce a soddisfare la domanda e si deve ricorrere a fonti non convenzionali per produrre derivati liquidi, la quota prodotta in modo non convenzionale (con costi industriali maggiori) determina il prezzo, trascinando con sé anche il prezzo del barile convenzionale. E proprio questa è la situazione che oggi si sta verificando. Infatti la quota di produzione di liquidi non convenzionali è in continua crescita rispetto al greggio convenzionale e si assiste a una crescita dei costi che riguarda lo stesso greggio convenzionale, estratto sempre più spesso in situazioni ambientali difficili (fondali sottomarini, zone artiche). Il risultato è il continuo aumento dei prezzi negli ultimi 6-7 anni. Ma che cosa sta accadendo? Perché i costi di produzione aumentano? Una spiegazione scientifica viene dalla teoria del “picco del petrolio”. Questa teoria è nata negli anni ’50 dagli studi del geologo statunitense M. K. Hubbert, il quale aveva previsto correttamente che la produzione sarebbe aumentata fino ai primi anni ’70 per poi decrescere progressivamente, seguendo l’andamento di una “curva a campana”. In seguito, altri geologi (tra cui Campbell), che poi hanno costituito l’associazione Aspo, applicarono tale teoria a livello globale ottenendone una conferma. Il modello matematico e i dati sui giacimenti petroliferi alla base di questa previsione vengono continuamente aggiornati, ma il risultato della previsione cambia di poco: la produzione mondiale di petrolio dovrebbe raggiungere il massimo intorno al 2010 per poi ridursi progressivamente.
Per quale ragione avviene tutto questo? La ragione è essenzialmente geologica. Nei giacimenti di petrolio gli idrocarburi sono intrappolati a varie profondità in una roccia porosa, sovrastata da uno strato di roccia impermeabile. Scavando un pozzo, il petrolio, se sufficientemente pregiato e leggero, inizia a fuoriuscire da solo copiosamente grazie alla pressione naturale; così avviene per un 15-20% del contenuto di un giacimento. In seguito la pressione naturale cala e bisogna supplire iniettando gas o acqua da altri pozzi per mantenere la produzione fino a estrarre un 40-50% del totale. Infine, quando anche ciò non basta, è necessario iniettare molte tonnellate di solventi per “sciogliere” la parte più pesante dell’idrocarburo rimasta invischiata nella sua roccia madre e poterla poi estrarre, sempre cercando di aumentare la pressione con l’iniezione di gas e acqua. Infine, quando un 60-70% del contenuto iniziale è stato estratto si è costretti ad abbandonare il giacimento perché per azionare macchinari, pompe e solventi ci vuole più petrolio di quello che si potrà estrarre. In un secondo momento l’introduzione di nuove tecniche estrattive può rendere conveniente riaprire un vecchio pozzo abbandonato anni prima per recuperare qualche altro punto percentuale, ma anche in questo caso, quando l’energia necessaria alla produzione supera quella ottenibile dal prodotto, bisogna fermarsi.
La produzione mondiale segue dunque un andamento a campana, essendo il risultato della produzione di migliaia di giacimenti, ciascuno con una produzione con andamento a campana. Inizialmente i giacimenti che iniziano a produrre sono molti più di quelli che si esauriscono, quindi il contributo totale è di crescita. Poi vi sono nuove scoperte e si continua a crescere. In seguito le scoperte diventano sempre più rare, alcuni giacimenti iniziano a declinare e i nuovi giacimenti sono sempre meno numerosi e di difficile accesso (mari profondi e zone artiche), oppure producono petrolio molto pesante, più costoso da estrarre e da raffinare.
Questa, appunto, è la situazione in cui ci troviamo adesso: abbiamo scoperto ed estratto il petrolio “facile”, ora vengono tempi più difficili. In futuro possiamo attenderci che molti giacimenti inizieranno a declinare, come sta accadendo ai super giganti messicani e arabici, mentre le nuove produzioni sono insufficienti a compensare il declino, con il risultato che la produzione mondiale stenta e i prezzi aumentano. Lo stesso discorso vale anche per il gas naturale, per il carbone e per l’uranio. Secondo l’Aspo, il picco del petrolio dovrebbe verificarsi intorno al 2010 e il picco del gas qualche anno dopo, mentre il carbone e l’uranio raggiungeranno il loro picco nei prossimi 30-40 anni. Dunque non si dovrebbe parlare di “fine del petrolio”, ma di fine dell’energia facile e a basso prezzo. La nostra economia basata su sempre maggiori consumi tenderà a risolvere il problema usando più carbone e uranio, producendo di conseguenza un esaurimento più rapido anche di questi combustibili e spostando in avanti solo di qualche anno i problemi che comunque bisognerà affrontare.
C’è una via d’uscita a questa situazione? Dal sole giunge sulla terra una quantità di energia pari a 10.000 volte quella utilizzata finora dall’umanità e che può essere fruita mediante tecnologie solari ed eoliche, in particolare d’alta quota. Ma tale energia, dispersa su grandi aree del pianeta, dovrà essere sfruttata in modo diffuso e il compito non sarà facile ed economico come per il petrolio che è facilmente trasportabile e trasformabile in diversi combustibili e materiali. Probabilmente un mondo a energia solare poco si accorda con una civiltà dei consumi e della crescita infinita. La domanda che ci si pone è questa: la fine del petrolio a basso costo sarà anche l’occasione per inventare un nuovo paradigma? Da una civiltà basata su sempre maggiori consumi di beni materiali si passerà a una civiltà in cui il benessere sarà misurato con l’indicatore degli adeguati consumi?
Russia: i punti deboli nel sistema dei gasodotti
Giacomo Goldkorn
direttore editoriale di Equilibri.net
g.goldkorn@equilibri.net
Viene proposto qui di seguito un articolo di Daniel Pescini uscito su Equilibri.net, 2 agosto 2007.
Ogni anno in Russia si perdono 10 miliardi di m³ (kmc) di gas naturale a causa delle cattive condizioni di manutenzione delle infrastrutture di trasporto. Il 60% dei gasdotti ha bisogno di ammodernamenti e gli investimenti di Gazprom non bastano: servono anche tecnologia e risorse finanziarie dall’estero, ma la riforma e l’apertura del mercato energetico russo sono ancora lontane.
La geografia dei gasdotti russi verso l’ Europa
Il gas prodotto dai giacimenti russi è raccolto, immagazzinato, pompato, trattato e trasportato attraverso il Sistema di rifornimento unificato del gas (Srug), che comprende 161.000 km di gasdotti (più della metà di grosso calibro, ossia dal diametro compreso tra 1,22 e 1,42 m), 268 stazioni di compressione e/o pompaggio, 6 complessi per il trattamento, 24 depositi sotterranei. Realizzato tra gli anni ‘70 e ‘80, il sistema è oggi proprietà di Gazprom. I due gasdotti attraverso cui viaggia la maggior parte del gas destinato in Europa sono il Gasdotto della fratellanza”, entrato in funzione nel 1967, e il Gasdotto dell’unione, anch’esso costruito in epoca sovietica, che hanno una capacità complessiva di 130 kmc all’anno, pari all’83% delle forniture arrivate nel 2005 in tutta Europa attraverso i gasdotti russi (151 kmc).
I punti deboli del sistema di trasporto del gas
I punti di debolezza del Srug sono due. Il primo consiste nell’età avanzata della rete. I gasdotti, progettati per rimanere in servizio 25 anni, hanno un’età media di 24 anni: il 17% è in servizio da più di 35 anni, un altro 14% si sta avvicinando allo stesso traguardo, il 31% fu costruito 10-20 anni fa e solamente l’11% ha meno di 10 anni. Il secondo punto debole è nel sovraccarico del Srug, in cui ogni anno viene introdotto sempre più gas (già nel 2004 il Srug aveva quasi raggiunto i limiti di utilizzazione). Anzianità di servizio e sovraccarico sono le principali cause dei guasti che si registrano sul Srug. Il vetusto sistema dei gasdotti, il declino dei grandi giacimenti della Siberia occidentale e le inefficienze del controllo monopolistico di Gazprom sull’industria del gas mettono in dubbio che la Russia possa continuare a essere un fornitore sicuro di gas per Europa, Asia e per il mercato interno. Nel 2040, il fabbisogno di gas naturale dell’Unione europea (Ue) si aggirerà attorno a 490 kmc, pari al 90% della produzione di gas di Gazprom nel 2005. Già nel 2010 il divario tra produzione e richieste di gas russo rischia di essere attorno ai 120 kmc.
Gli investimenti necessari: Gazprom, le “indipendenti” e l’Unione europea
Il vero punto debole nella politica degli investimenti di Gazprom sta nei mancati profitti sul mercato russo, dove il prezzo del gas è volutamente contenuto. Nel 2003, mille m³ di gas per riscaldamento domestico in Russia erano venduti a quasi 16 $, in Finlandia a 159 $ e in Danimarca a 735 $. Ciò fa perdere una considerevole parte di introiti che potrebbero essere destinati alla modernizzazione del Srug, a cui servirebbe la costruzione di 26.000 km di gasdotti e di 137 nuove stazioni di compressione e pompaggio, pari a una spesa stimata di 51 miliardi di $. Dal punto di vista degli investimenti, l’intero settore dell’upstream (esplorazione, produzione, trattamento e trasporto) ha bisogno di risorse che variano tra i 173 e i 203 miliardi di $. Nel settembre 2006 Gazprom ha approvato il programma di ricostruzione e di ammodernamento tecnologico del proprio Srug. Il programma prevede la ricostruzione di 5.000 km di gasdotti, il rimpiazzamento o l’ammodernamento di oltre 500 impianti di compressione e pompaggio e la ricostruzione di 300 stazioni di distribuzione. Nel 2006 gli investimenti nel programma sono stati pari a 1,6 miliardi di $), nel 2007 a più di 7 miliardi di $).
Al momento, le compagnie russe del gas “indipendenti” non possono svolgere un ruolo determinante nella manutenzione dei gasdotti. Esse rappresentano il 15% della produzione di gas e coprono il 25% del mercato interno russo, operando nel segmento dove il prezzo del gas non è regolamentato. Per crescere e fare investimenti, le indipendenti hanno bisogno di disporre di maggiori capacità finanziarie (possibili solo con una maggiore liberalizzazione del mercato russo) e di garanzie, da parte di Gazprom, sulla possibilità di utilizzare la rete di trasporto del gas: condizioni incompatibili con l’attuale politica energetica del Cremlino, che vuol fare di Gazprom il monopolista del gas russo in ogni fase e che non intende aprire il proprio mercato dell’energia ad altri soggetti. Questa politica inibisce anche gli investimenti esteri. Partendo dal presupposto che i capitali e la tecnologia russa non sono in grado, nel prossimo futuro, né di sviluppare nuovi giacimenti né di modernizzare gli impianti, l’Europa sta negoziando con la Russia la ratifica della Carta dell’energia e del relativo Protocollo sul transito, che permetterebbero di modernizzare le infrastrutture e impedire disavanzi di produzione. La Russia, però, non ha ancora ratificato la Carta dell’energia, argomentando che esistono ambiguità riguardo alle regole sul transito e sull’accesso alle risorse e alle infrastrutture.
La ratifica della Carta dell’energia equivarrebbe a una completa revisione della politica energetica perseguita dalla Russia negli ultimi anni, e ciò non pare possibile nel breve periodo, perché il Cremlino non rinuncerà al controllo statale sui gasdotti. Gli investimenti esteri resteranno possibili solo compatibilmente con il monopolio di Gazprom sul trasporto e la produzione del gas. Tuttavia, se l’offerta di gas russo non riuscirà a tenere il passo della domanda, Mosca dovrà scegliere: accettare il rischio che i propri clienti cerchino nuove soluzioni per approvvigionarsi del gas, oppure aprire agli investimenti esteri anche sulle infrastrutture energetiche.
Mercati energetici e politiche ambientali – Scenari internazionali
Pia Saraceno
amministratrice delegata di Ricerche per l’economia e la finanza (Ref)
psaraceno@ref–online.it
Gli organismi internazionali prevedono che nei prossimi 10 anni la produzione globale di energia avrà un tasso di crescita del 4,2% annuo, in accelerazione rispetto al 3,4% dei 15 anni precedenti. L’incremento asiatico, seppure in diminuzione, peserà sempre più sull’andamento globale. Nello stesso periodo anche la domanda di energia presenterà un’analoga accelerazione: la domanda della Cina supererà quella degli Stati uniti nel 2010, e i paesi del Terzo mondo raggiungeranno il 50% della domanda globale nel 2015. Secondo le proiezioni, comunque, la domanda per persona dei cinesi nel 2015 sarà ancora pari al 20% del consumo per persona di un cittadino statunitense e a meno del 50% di un abitante europeo. Considerando, però, che gli scenari sono in genere “conservatori”, le tendenze a medio termine possono essere più radicali. Di fatto l’Occidente influenzerà sempre meno l’andamento dei mercati energetici internazionali.
Per il petrolio nel 2015 si prevede un aumento della domanda di 14 milioni di barili al giorno, di cui 10 milioni da parte dei paesi emergenti. La Cina diventerà il terzo importatore netto, dopo l’America settentrionale e l’Europa. Tanto nei paesi del Terzo mondo quanto nei paesi dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sarà il settore trasporti a guidare la maggiore richiesta di combustibile nei prossimi anni. Cina e India, da sole, determinano per il 40% l’aumento della domanda globale di petrolio, ma l’intera area asiatica mostra un forte sviluppo della domanda di autoveicoli, nonostante il loro livello di diffusione sia ancora modesto. In tali paesi la crescita del fabbisogno energetico (e quindi di prodotti petroliferi) è spiegata in parte anche dalla delocalizzazione delle industrie ad alta intensità di energia ed è condizionata anche dalle incerte prospettive dell’offerta di gas.
La maggiore difficoltà a far fronte alla domanda odierna dipende dalla limitata possibilità di ulteriori guadagni di efficienza nell’uso del petrolio. Altrettanto limitata è la diversificazione delle fonti (il petrolio è il combustibile più efficiente). In linea generale si prevede che le tecnologie migliori saranno introdotte nei paesi con un prodotto interno lordo più elevato e che le politiche ambientali dei paesi ricchi esporteranno inquinamento nei paesi del Terzo mondo.
Un ulteriore aspetto critico dello scenario è costituito dall’incertezza dell’offerta che accentua le tensioni geopolitiche. Nei prossimi 10 anni l’offerta dei paesi non Opec (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio), cioè l’ex Urss e l’Africa occidentale, crescerà poco per mancanza d’investimenti. Il declino nella produzione nei vecchi campi (-15-20% all’anno) non è compensato dalla ricerca di nuovi campi. Nei paesi dell’Opec (soprattutto Arabia saudita e Angola) la produzione dovrebbe crescere dopo il 2007, ma l’effettiva capacità residua disponibile dell’Opec sta scendendo rapidamente. Continui rinvii negli investimenti in campi relativamente più costosi collocano il prezzo di equilibrio di lungo periodo a 55/60 € (era 35 € un anno fa). Se questa previsione si consolida, si offriranno nuove opportunità d’investimento e cresceranno anche i costi di esplorazione. Riguardo al peso dei paesi produttori, la Russia ha compensato la caduta del Regno unito e della Norvegia e oggi pesa più degli Stati uniti nell’offerta di petrolio. L’unico paese occidentale con riserve è il Canada, ma gli alti costi dell’esportazione e della perforazione frenano lo sviluppo della produzione.
Anche la domanda di gas ha iniziato un processo di globalizzazione, acceleratosi a partire dal 2006. Entro il 2015 il gas liquido dovrebbe coprire un quarto della domanda dell’Ocse, ma gli investimenti pianificati sono consistentemente al di sotto di quanto necessario per coprire la domanda nel lungo periodo. Nei prossimi anni il commercio interregionale di gas crescerà notevolmente: l’Europa aumenterà la propria dipendenza dal 40% al 52%, l’area dell’Ocse dal 23% al 30%, l’America settentrionale dal 2% all’8%.
Le politiche ambientali
L’Ue ha iniziato a condurre la battaglia contro i cambiamenti climatici, puntando a ridurre le emissioni globali di CO2 con interventi mirati su diversi fronti tecnologici. Gli obiettivi stabiliti nel 2007 per limitare il surriscaldamento del globo a +2° rispetto alla fase preindustriale prevedono l’adozione di misure che consentano, entro il 2020, di migliorare del 20% l’efficienza energetica dell’Ue, incrementare fino al 20% la percentuale di energia rinnovabile, portare al 10% l’uso di biocarburanti nel settore trasporti, attuare una politica di cattura e stoccaggio del carbonio. In programma anche l’attivazione di 12 grandi impianti dimostrativi in Europa entro il 2015. È però necessaria una chiara definizione della strategia europea sul clima se si vogliono realizzare le decisioni comunitarie, distribuire gli sforzi tra i paesi membri e tra i settori e rafforzare lo scambio di quote delle emissioni. Al momento, tuttavia, la maggior parte dei paesi dell’Ue, compresa l’Italia, non è in linea con gli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto. Allineata risulta, invece, la Germania, mentre ai primi posti tra i paesi più virtuosi si collocano Regno unito, Finlandia, Francia e Svezia, che nel 2005 hanno ridotto le emissioni oltre gli obiettivi fissati per il periodo 2008-2012.
A livello internazionale, le posizioni negoziali sono molto differenti. Gli Usa, per esempio, rifiutano di partecipare a protocolli o accordi internazionali che introducano obblighi di riduzione per i paesi industrializzati senza la partecipazione dei principali paesi del Terzo mondo (Risoluzione Byrd-Hagel, Senato degli Usa, 1997). Con motivazioni diverse sono restii agli accordi sul clima anche l’India, i paesi dell’Ocse, la Cina, il Sud Africa e numerosi stati meno sviluppati. Alla Conferenza di Bali è stata approvata un’agenda di lavoro valida fino al 2009 che riguarda tre temi: l’adattamento alle conseguenze negative dei cambiamenti climatici, come siccità e incendi; la riduzione delle emissioni di gas serra; la diffusione di tecnologie “amiche del clima” e il finanziamento di misure di adattamento e di mitigazione. Il negoziato relativo a questi temi si concluderà nel 2009, in modo che il nuovo accordo possa entrare in vigore entro il 2013, alla fine della prima fase del Protocollo di Kyoto.
Il Piano di azione di Bali avvia un’azione collettiva per la riduzione delle emissioni globali nel lungo periodo, basata sul principio delle “responsabilità comuni, ma differenziate”, senza tuttavia precise indicazioni quantitative sulle riduzioni di emissioni richieste per i paesi industrializzati: solo un riferimento alla loro urgenza e un richiamo al Quarto rapporto di valutazione dell’Ipcc (il Comitato intergovernativo sul mutamento climatico), dove si legge che “… i paesi industrializzati dovrebbero ridurre le proprie emissioni in modo significativo entro il 2020 (10-40% al di sotto dei livelli del 1990) e a livelli ancora più bassi entro il 2050 (40-95% al di sotto dei livelli del 1990) al fine di raggiungere livelli di stabilizzazione bassi o medi …”.
La gestione delle scorie nucleari
Andrea Borio di Tigliole
direttore del Laboratorio energia nucleare applicata dell’Università di Pavia tel. 0382/987.301–0
1. Introduzione
Un fattore importante da considerare nel valutare la pericolosità dei rifiuti radioattivi è il tempo necessario che deve trascorrere affinché tali rifiuti non siano più pericolosi. Questo tempo dipende dal tipo di elemento radioattivo (radioisotopo) che è contenuto nel rifiuto. I vari radioisotopi hanno tempi di dimezzamento variabili da frazioni di secondo a miliardi di anni. Quando i radioisotopi “decadono” si trasformano in isotopi stabili (ossia non radioattivi) non più pericolosi.
Esistono tre principi generali per la gestione dei rifiuti radioattivi: concentrazione e confinamento, diluizione e dispersione, confinamento temporaneo e decadimento. I primi due principi sono utilizzati normalmente anche nella gestione di rifiuti non radioattivi. Il terzo principio è applicabile quasi unicamente ai rifiuti radioattivi in quanto sono gli unici che, con il passare del tempo, riducono drasticamente la loro pericolosità.
2. La radioattività
I tipi di radiazioni ionizzanti più importanti da considerare nella gestione dei rifiuti radioattivi sono tre: le radiazioni Alpha, le radiazioni Beta e le radiazioni Gamma. Ogni tipo di radiazione ha un diverso impatto sulla salute degli esseri umani e sull’ambiente e richiede forme diverse di protezione.
Sorgenti di radiazioni di questo tipo sono presenti, con diverse intensità e concentrazioni, in tutti i materiali e costituiscono parte del fondo naturale di radiazioni ionizzanti al quale le persone e l’ambiente sono costantemente sottoposte per “cause naturali”.
3. Le scorie nucleari
Rifiuti radioattivi vengono prodotti durante tutto il ciclo del combustibile nucleare. Un tipico impianto nucleare dalla potenza di 1000 MW elettrici produce circa 200-350 m³ di SBL (“Scorie di basso livello”) e SLI (“Scorie di livello intermedio”) all’anno. Produce inoltre circa 25-30 t di combustibile esausto all’anno che, considerato tale e quale come scaricato dal nocciolo del reattore, occupa un volume di circa 20 m³. Questo combustibile irraggiato può essere considerato nella sua totalità come rifiuto finale di produzione oppure può essere riprocessato per il recupero di uranio e plutonio. Qualunque sia l’opzione scelta, il combustibile esausto viene comunque tenuto in deposito e raffreddato per diversi anni in piscine dedicate presenti presso l’impianto.
In un anno di funzionamento un impianto da 1000 MW elettrici produce circa 800–1000 kg di SAL (“Scorie di alto livello”) che vengono vetrificate. Le scorie vetrificate (circa 5 t/anno) occupano un volume di circa 3 m³ e sono successivamente sigillate in contenitori di acciaio inossidabile prima di essere portate nel depositi sotterranei. Questo trattamento comporta un notevole contenimento dei volumi per il deposito finale che si riducono a circa 28 m³ all’anno.
Le scorie di alto livello devono essere isolate e conservate per un periodo molto lungo (circa una decina di migliaia di anni) in depositi definitivi sotterranei, ma volumi così ridotti consentono di gestirle in maniera efficiente, sicura ed economicamente sostenibile.
4. I costi di gestione delle scorie nucleari
I costi di gestione delle scorie nucleari è compreso nel costo finale del kWh prodotto e incide per una percentuale molto bassa (circa il 5%) sul costo finale prodotto. In Europa, il costo per kWh imputato ai consumatori per la gestione delle scorie è di circa 0,14 centesimi di euro.
5. Conclusioni
Come tutte le attività industriali, anche la generazione di energia elettrica produce rifiuti. Qualunque sia il combustibile utilizzato, questi rifiuti devono essere gestiti per garantire il rispetto della salute degli esseri umani e il minor impatto possibile sull’ambiente.
Dati i volumi in gioco però, è evidente che il confinamento delle scorie nucleari non è un problema così grande e i depositi in costruzione nel mondo dimostrano che, con una adeguata informazione della popolazione, tale soluzione risulta accettabile anche da un punto di vista sociale. Inoltre, la produzione di energia elettrica da fonte nucleare è l’unica attività industriale di questo genere che garantisce la gestione completa di tutti i rifiuti prodotti e che include tali costi di gestione nel costo del kilowattora prodotto.
Saluggia: il paese delle scorie
Gian Piero Godio
presidente di Legambiente Vercelli tel. 0322/88.01.61 – 333/74.50.665
Negli anni ’70, parlando di Saluggia, un piccolo comune della pianura vercellese, la chiamavamo scherzosamente “Paradiso del nucleare”, per i veri e propri privilegi di cui le installazioni nucleari godevano, tra cui quelli di non essere riportate su nessun tipo di mappa o carta geografica e di poter scaricare sistematicamente nel fiume Dora Baltea quantità di rifiuti radioattivi molto superiori a quelle che erano permesse per qualsiasi altro impianto nucleare italiano.
Nel 2000, dopo che gli impianti nucleari avevano subìto la terza grave alluvione, il professor Carlo Rubbia, che all’epoca era il “titolare” di quegli impianti in quanto presidente dell’ENEA (Ente per le Nuove tecnologie, Energia e Ambiente), la definì come un luogo dove il rischio che si correva era di tipo planetario.
Nel 2004, un servizio del telegiornale della Radiotelevisione della Svizzera italiana la definì “il paese delle scorie”, stante il fatto che vi sono presenti i due terzi dei rifiuti radioattivi italiani.
Saluggia è il risultato emblematico della stagione nucleare italiana, con relativamente pochi chilowattora di energia elettrica prodotti, ma con grandi quantità di materiali radioattivi lasciati in eredità a chi verrà dopo. Ma a Saluggia il nucleare ha mostrato anche la sua faccia peggiore, quella del collegamento, mai dichiarato ufficialmente, con l’utilizzo di tipo militare.
A Saluggia infatti non c’era una centrale nucleare destinata a produrre energia elettrica, ma c’era quello che viene chiamato un “impianto di riprocessamento”, dove le barre di combustibile che erano state nelle centrali venivano disciolte per recuperare il loro contenuto di plutonio, un materiale che non esiste in natura e che può essere utilizzato per preparare bombe atomiche. Certo il recupero del plutonio non era cosa facile, essendo esso mescolato dentro le barre con i cosiddetti “prodotti di fissione”, cioè con i frammenti dell’uranio che si producono nel momento stesso in cui avviene la rottura del suo nucleo e si libera l’energia nucleare. Questi frammenti hanno la pessima caratteristica di essere instabili e estremamente radioattivi, e di rimanere tali per migliaia di anni.
Tra mille rischi e difficoltà, l’impianto di riprocessamento recuperò cinque chili di plutonio, separandolo da oltre sette milioni di miliardi di Becquerel (Bq – unità di misura della radioattività) di rifiuti radioattivi, che rimasero sul posto in forma liquida, in alcuni serbatoi interrati. Nel frattempo i magazzini dell’impianto erano stati ben riempiti di “materie prime”, cioè di barre di combustibile estratte dalle centrali nucleari. Poi, non ritenendo sufficiente il magazzino esistente, se ne era creato un altro a qualche centinaio di metri di distanza.
Il resto è storia recente.
Nel 2004 il “magazzino” comincia a lasciar fuoriuscire all’esterno acqua contaminata. La cosa rimane segreta e sostanzialmente non viene preso alcun provvedimento, fino a che nel 2006 la contaminazione radioattiva viene riscontrata nell’acqua di falda nei pressi degli impianti e qualche mese dopo anche tre chilometri più a valle, in pozzi a uso privato.
Nel giro di un anno il “magazzino” viene svuotato e le barre vengono spostate nell’altro deposito, il cosiddetto “Deposito Avogadro”, nonostante che lo stesso sia visibilmente obsoleto.
Dopo pochi mesi anche nei pressi del Deposito Avogadro viene riscontrata un’altra contaminazione della falda; e a valle, a meno di due chilometri, proprio nel senso in cui scorre la falda acquifera, si trovano i pozzi del più grande acquedotto del Piemonte, che serve oltre 100 comuni.

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