21 Nov
«Nell'indigenza Dio muore». Jorge Santiago teologo della liberazione
ispirato dal vescovo Samuel Ruiz ricorda l'esperienza del Desmi,
l'associazione per lo sviluppo economico e sociale dei messicani indigeni
nata nel 1969 in Chiapas.. Avanguardia di un modello di emancipazione
solidale dei popoli del sud del mondo ancor più valido e necessario oggi
davanti alla crisi alimentare globale.
L’aroma che si sprigiona dal pacchetto giallo oro indica che il caffè
Excelente - che l’associazione Tatawelo importa direttamente dal Chiapas -,
fa onore al nome. Farebbe senz’altro scomparire le cialde del distributore
automatico che abbiamo a via Bargoni. «Tatawelo - spiega Jorge Santiago al
manifesto - nell’idioma degli indigeni tzeltat significa nonno, avo,
antico, ed è il nome del caffè prodotto dagli indigeni di etnia
tzotzi-tzeltat della cooperativa Ssit Lequil Lum, che vuol dire Il frutto
della terra».
Jorge Santiago, classe 1943, economista e teologo della liberazione, è tra
i fondatori del Desmi (Desarrollo economico e sociale de los mexicanos
indigenas), l’Associazione per lo sviluppo economico e sociale dei
messicani indigeni: partner dell’associazione Tatawelo nei progetti di
economia solidale, che è venuto a promuovere in Italia. «Il Desmi - spiega
il teologo - è nato in Chiapas nel 1969 dall’incontro di varie
organizzazioni contadine e movimenti con l’apporto determinante della
chiesa di base. L’obbiettivo era quello di condividere e accompagnare il
processo di emancipazione dei popoli indigeni, aiutandoli a individuare e a
combattere le cause strutturali della loro povertà». Il Desmi ha sede a San
Cristobal, nel più importante dei 118 municipi di cui si compone il
poverissimo stato messicano del Chiapas, grande un quinto dell’Italia. Da
lì, nel 1994, partì la rivolta di alcuni gruppi di campesinos indigeni,
prevalentemente di origine maya, contro le devastanti politiche
neoliberiste del Nafta, il trattato di libero commercio, firmato fra
Messico e Stati uniti. In quell’occasione fece la sua comparsa l’Esercito
di liberazione zapatista (Ezln) che ispirandosi a Emiliano Zapata e alle
conquiste della rivoluzione messicana d’inizio ‘900, rivendicava la terra
per tutti i contadini, l’autonomia per gli indigeni, e la democratizzazione
dello stato.
Jorge Santiago, stretto collaboratore del «vescovo zapatista» Samuel Ruiz,
in quanto presidente della Commissione di riconciliazione e membro del
Centro per i diritti umani Bartolomeo de Las Casas, ha avuto il ruolo di
mediatore nel corso delle ripetute trattative avviate con il governo
messicano, tutte disattese. «La chiesa chiapaneca - racconta ora Santiago -
ha una lunga tradizione di lotta per i diritti umani, che l’ha portata a
contrapporsi a un’altra chiesa, legata ai grandi latifondisti e al potere
messicano. E’ stata la chiesa del vescovo Bartolomeo de las Casas. Quella
che io ho conosciuto quando sono tornato nel mio paese dopo aver concluso a
Roma gli studi di teologia, era quella di Samuel Ruiz».
Lo sfondo è quello del Concilio Vaticano II, della teologia della
liberazione che nel Sudamerica incontra le lotte sociali e a volte
imbraccia il fucile, della seconda conferenza dell’episcopato
latinoamericano del ‘67, in Colombia, a Medellin: «Fondamentale - ricorda
ora Santiago - fu una conferenza dei vescovi alle Barbados, in cui un
gruppo di antropologi mise in primo piano i valori dei popoli indigeni, il
loro diritto all’emancipazione da 500 anni di dominazione coloniale. Per
Samuel - ricorda ancora il teologo - il problema principale degli indigeni
era che non avevano né fede, né scarpe, e che non avevano fede perché nelle
condizioni di indigenza in cui vivevano, per loro la parola di Dio era
morta». Obiettivo del Desmi, è invece quello di «ricondurre i problemi dei
singoli alle cause strutturali che le determinano, alla lunga dominazione
coloniale, alle responsabilità dei proprietari terrieri, dei padroni del
commercio e di uno stato per cui i diritti degli indigeni erano carta
straccia».. Insieme ai contadini indigeni, il Desmi «organizza le lotte per
il diritto alla terra, all’educazione, alla salute», contribuisce
all’organizzazione del Primo congresso indigeno, nel 1974: «In quella sede
- ricorda l’economista - i delegati delle comunità di 4 diverse etnie
stabilirono alcuni importanti punti di partenza: diritto alla terra, alla
salute, all’educazione e al commercio solidale».
La strada del commercio equo è quella tracciata nel 1964 dalla prima
conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo, che aveva
lanciato l’idea del «Trade not aid», «il commercio, non l’aiuto». Un’idea
che, come ha scritto il prete operaio Frans van der Hoff, cofondatore
nell’88 del Marchio Max Havelaar, ora leader mondiale del commercio equo, è
stata fin da subito fortemente caratterizzata dall’umanesimo dei movimenti
religiosi cristiani e - per l’Europa - anche da una concezione protestante
dell’etica. Un’idea che, nata sotto il segno della solidarietà tra
consumatori del nord e piccoli produttori del sud, ha incontrato i limiti
del suo intreccio al mercato varcando la soglia della grande distribuzione,
dove la ricerca di fornitori socialmente meno connotati, elimina il
vantaggio iniziale per i piccoli contadini.
A questo riguardo, l’economista chiapaneco si richiama alle parole del
vescovo Samuel Ruiz: «Finché esiste il mercato capitalista, imboccare la
via del commercio alternativo significa camminare sull’orlo di un
precipizio, basta un passo e sei nel baratro del sistema, mi diceva Samuel.
La crisi alimentare che è esplosa nel mondo - continua Santiago - mostra a
cosa ha portato aver finalizzato la produzione del sud del mondo
all’esportazione di materie grezze nel primo mondo. Nei nostri progetti
puntiamo invece a diversificare la produzione: nelle piantagioni non c’è
solo caffé, ma anche i legumi che servono all’alimentazione di base».
Obbiettivo fondamentale dei progetti - spiega ancora Santiago - è
l’autonomia dei piccoli produttori: «perciò cerchiamo di sostenerli perché
realizzino in loco il pacchetto di caffé, perché per questioni legate alle
barriere doganali del primo mondo, il caffé viene esportato solo in chicchi
verdi e nei villaggi mancano soldi e macchinari per tostare, macinare e
impacchettare. Tanto che si arriva all’assurdo che, nei luoghi di
produzione, si consuma nescafé».
Nel «baratro», come ha spiegato l’economista Christian Jacquiau su Le Monde
diplomatique/ilmanifesto, c’è il mercato delle strutture di revisione e
degli intermediari della certificazione del commercio equo, che puntellano
le multinazionali dell’agroalimentare, della torrefazione e della
distribuzione: loro non si rovinano certo pagando un po’ più cara una
piccolissima quantità di materie prime ritenute eque, che poi faranno
pagare ai consumatori in cerca di equità. E nel campo delle certificazioni,
come in quello della distribuzione e del marketing, abusi ed eccessi del
commercio equo, sono numerosi: «Per questo - dice Santiago - noi
controlliamo personalmente tutta la filiera dello scambio. Per discutere di
questi problemi, ogni anno il Desmi organizza tre giorni di incontri sul
tema dell’economia solidale in cui diverse esperienze di lavoro collettivo
provenienti da ogni parte dell’America latina vengono in Chiapas per
confrontarsi. Nei grandi convegni si parla di sovranità alimentare, noi
cerchiamo in concreto di realizzarla».
Nel «baratro», per l’economista, ci sono i «progetti-trappola del governo
messicano, che mirano a dividere le comunità indigene, strozzandole con
crediti a cui non possono far fronte. Felipe Calderon - afferma Santiago -
riconosce che c’è una crisi alimentare a livello mondiale, ma la soluzione
che propone è quella di aprire le frontiere per far entrare il mais dagli
Stati uniti e distruggere l’agricoltura messicana. Oppure in Chiapas eroga
crediti per comprare fertilizzanti, ben sapendo che i fertilizzanti
distruggono il terreno e inquinano. Lo stato usa la crisi alimentare per
imporre un po’ di più il proprio modello di sviluppo e rafforzare le
multinazionali della chimica o del transgenico».
Ma bastano esperienze alternative e su piccola scala a preservare da un
baratro ancora più grande, senza un governo mondiale che applichi su scala
planetaria i principi della «decrescita»? Risponde Santiago: « I problemi
di un altro modello di sviluppo implicano una trasformazione radicale a
livello strutturale e politico. Ma la forza delle comunità zapatiste e dei
movimenti indigeni e contadini di questi ultimi anni è stata quella di
costruire alternativa pur restando ancora dentro il sistema capitalista, di
non perdersi pur cercando di sperimentare il percorso di un’altra economia».
Un punto di forza, per Santiago, è «la chiarezza di produrre un percorso,
non un semplice prodotto». È importante che i contadini poveri abbiano un
reddito per coprire i bisogni fondamentali, ma anche che realizzino
«relazioni umane basate su valori diversi», che preservino l’ecosistema. E
per Santiago, le comunità zapatiste funzionano così: in una logica di mutuo
sostentamento e non di mero scambio economico. Da loro, «dialogare con una
singola persona, significa dialogare con l’intera struttura, con l’intero
percorso di liberazione».

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