Le Sfide Globali e la Necessità di Agire per il Bene dell’Umanità. Un documento della Coalizione Italiana contro la Povetrtà Vertice del G8 2009. CRISI ALIMENTARE, UNA SFIDA PER IL G8. IL CIBO COME BENE PUBBLICO GLOBALE.
Negli ultimi mesi tutti i mass media hanno parlato dell’attuale crisi alimentare mondiale, dati e cifre hanno invaso pagine di giornali e servizi televisivi, in diversi paesi le popolazioni sono scese in piazza per manifestare il proprio disagio. I prezzi alimentari sono raddoppiati nel corso degli ultimi tre anni, ma solo tra aprile 2007 e aprile 2008 sono aumentati dell’85%.
Questa impennata riguarda in particolare i prezzi del grano (che è raddoppiato), quello del mais (che è aumentato del 67%) e del riso (che è triplicato fino a Settembre 2007 e aumentato del 160% tra gennaio e aprile 2008).
Anche i prezzi dell’olio di semi e del petrolio sono cresciuti di circa il 2,5 % dal recente 2006.
La popolazione che soffre la fame secondo i dati FAO è salita a 963 milioni di persone, tenendo conto che la crisi alimentare colpisce in particolare le donne, le adolescenti e le bambine che costituiscono il 70% delle persone affamate nel mondo.
La crisi alimentare può essere analizzata tenendo conto delle sue cause, fra cui possiamo identificare
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il ruolo giocato dalla finanza internazionale,
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gli aspetti legati alla diseguaglianza economica e quindi alla sperequazione nell’accesso al cibo così come l’ ineguale accesso alla terra
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la diminuzione della terra coltivata a cibo per effetto di processi di desertificazione e di utilizzo di terreni coltivabili per la produzione di biocarburanti in ultima analisi riferibili alla necessità di ovviare ai cambiamenti climatici e al caro petrolio
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le cause legate più genericamente al modello di sviluppo e di consumo (urbanizzazione crescente, uso crescente di terreni per la produzione di mangimi per animali, modello di scambio basato sull’export che in periodo di crisi energetica aumenta i costi dei trasporti).
Molti di questi fenomeni sono riconducibili alla carenza di beni pubblici globali (beni e servizi il cui consumo non ha carattere esclusivo) e possono trovare risposta in una corretta implementazione della difesa di risorse comuni e di trattati che ne regolano la gestione.
La stabilità finanziaria, la difesa della terra e della sua fertilità, le risorse naturali, la stabilità climatica, sono beni pubblici globali la cui offerta è scarsa e tende ad essere compromessa in assenza di un intervento collettivo o di un’autorità pubblica che ne garantisca la tutela a beneficio dell’intera umanità e che eviti situazioni di crisi. Essi costituiscono elementi fondamentali per evitare il ripetersi di crisi alimentari e assicurare l’accesso al cibo; insieme alla sicurezza umana e sociale costituiscono la base su cui fondare un patto di interdipendenza su scala globale.
Commons, club good e beni pubblici sono indicati a volte con il nome di beni collettivi (collective goods) poiché richiedono per la loro fornitura o per regolare il loro uso un’azione collettiva. Il cibo stesso, in questa prospettiva, anche se non può essere considerato un bene pubblico globale, deriva e può essere garantito a partire dalla salvaguardia dei beni pubblici globali.
L’accesso e la fruibilità dei beni pubblici globali costituisce, in maniera complementare alla declinazione dei diritti individuali, la base su cui fondare la convivenza della comunità umana su scala globale. Decise da tutti gli Stati membri della FAO nel 2004 e basate sui principi chiave dell’approccio dei diritti umani di partecipazione, trasparenza e non-discriminazione, le Linee Guida Volontarie a sostegno della realizzazione progressiva del diritto ad un’alimentazione adeguata nel contesto della sicurezza alimentare nazionale forniscono raccomandazioni pratiche in 19 aree che, considerate nel loro insieme, costituiscono il quadro per una strategia integrata per far sì che il diritto all’alimentazione diventi realtà.
IL DIRITTO AL CIBO
I documenti internazionali affermano che il CIBO è un DIRITTO.
La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (Art.25) del 1948 recita “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari…”.
Il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (Art.11) del 1966 cita “I Paesi facenti parte del Patto riconoscono il diritto di ognuno ad un adeguato standard di vita … incluso il cibo adeguato …” . A tal proposito è utile citare il Commento Generale n°12 del Comitato dei diritti economici, sociali e culturali delle Nazioni Unite sul diritto al cibo: “Il diritto di ogni uomo, donna e bambino, individualmente e insieme con la propria comunità, di avere accesso fisico ed economico in ogni momento ad un cibo adeguato o ai mezzi necessari per procurarsene nel rispetto della dignità umana”.
Anche la dichiarazione finale del Vertice Mondiale sull’alimentazione del 1996, sebbene non abbia valore vincolante, è importante per il riconoscimento da parte degli Stati del diritto al cibo: “Noi, Capi di Stato e di Governo… riaffermiamo il diritto di ogni persona ad avere accesso ad alimenti sani e nutrienti, in accordo con il diritto ad una alimentazione appropriata e con il diritto fondamentale di ogni essere umano di non soffrire la fame”.
Il diritto di essere liberi dalla fame costituisce solo il minimo, essenziale elemento del diritto ad un livello adeguato di cibo, che va però inteso in senso più ampio. Esso è il diritto di ogni individuo e comunità ad avere pieno accesso fisico ed economico ad un livello adeguato di cibo ed ai mezzi per procurarselo.
Questo implica due dimensioni: la disponibilità della quantità e della qualità di cibo necessarie a ciascun individuo per soddisfare le proprie esigenze nutrizionali e l’accessibilità equa, non discriminatoria e sostenibile al cibo stesso.
Il diritto al cibo quale diritto umano a livello internazionale deve avere un adeguato riconoscimento anche a livello nazionale. Gli Stati devono quindi assicurare che il diritto all’alimentazione sia garantito per legge e che le persone cui è negato tale diritto possano ricorrere alla giustizia ed essere in questo modo risarcite.
La legislazione dovrebbe essere adottata e messa in pratica in accordo con le Linee Guida Volontarie sul Diritto all’Alimentazione sancite dalle Nazioni Unite.
In occasione della Sessione Speciale del Consiglio Diritti Umani delle Nazioni Unite , convocata il 22 maggio scorso per discutere della crisi alimentare globale, l’allora Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani Louise Arbour ha dichiarato “mi si consenta di sottolineare ancora una volta che agli Stati, singolarmente o collettivamente, spetta l’obbligo, ai sensi della legge sui diritti umani, di porre rimedio a tali situazioni, garantendo un accesso sostenibile alle risorse alimentari, senza discriminazioni di sorta. Gli obblighi degli Stati in materia di diritto all’alimentazione e alla libertà dalla fame comportano anche l’adozione di strategie nazionali volte a garantire a tutti la sicurezza del nutrimento e delle risorse alimentari”.
In occasione della Conferenza di Alto Livello della FAO sulla “Sicurezza Alimentare Mondiale: le sfide poste dai cambiamenti Climatici e dalle Bioenergie” del giugno scorso, nel corso delle sue dichiarazioni dinnanzi all’Assemblea Plenaria della Conferenza, Louise Arbour ha inoltre evidenziato che “un approccio basato sui diritti umani implica che vengano analizzati e confrontati gli ostacoli profondamente radicati che si frappongono alla capacità umana di produrre o procurarsi adeguate risorse alimentari, contribuendo così a chiarire gli squilibri di potere interni alle società che possono innescare o aggravare la crisi alimentare.
In questo modo, la “lente” dei diritti umani contribuisce ad individuare eventuali criticità supplementari e a mettere a fuoco l’impatto sproporzionato della crisi alimentare su quei gruppi e quei soggetti che sono già vittime di discriminazioni e di negazione dei propri diritti, come le donne, le comunità indigene, i disabili, le minoranze etniche e culturali, le persone sieropositive e quelle malate di AIDS.”
Alla stessa Conferenza, il Relatore Speciale sul Diritto all’Alimentazione ha ricordato che l’attuazione del diritto ad una alimentazione adeguata richiede l’adozione di misure che, a livello nazionale, risultino più idonee a tutelare le componenti più vulnerabili della popolazione contro l’impossibilità di disporre di cibo a sufficienza. A questo riguardo sono necessarie strategie nazionali in grado di assicurare un monitoraggio adeguato e di migliorare le condizioni di empowerment, partecipazione e assenza di discriminazioni.
COME FINANZIARE IL DIRITTO AL CIBO
Per garantire il diritto al cibo è necessario intervenire attraverso investimenti nel settore agricolo utilizzando fondi dell’aiuto pubblico allo sviluppo, sia bilaterali che multilaterali. La priorità deve essere l’investimento nell’agricoltura sostenibile di piccola scala a livello locale.
Donatori e governi dovrebbero aumentare in modo massiccio gli investimenti nel settore dell’agricoltura sostenibile e dello sviluppo rurale, così da assicurare l’autosufficienza alimentare nazionale.
Durante la Conferenza di Alto Livello della FAO sulla Sicurezza Alimentare Mondiale del giugno scorso il Segretario Generale delle Nazioni Unite ha presentato i primi risultati del Gruppo di Lavoro speciale sulla crisi mondiale della sicurezza alimentare, (High Level Task Force on Food Security) da lui costituito e ancora oggi presieduto. Questi sono sintetizzati in un Quadro globale d’azione.
Dalle raccomandazioni delle istituzioni internazionali che compongono il Gruppo (FAO, WFP, IFAD, Banca Mondiale, FMI) si delinea un programma di azione necessario per affrontare i bisogni urgenti nonché gli investimenti a breve, medio e lungo termine e si identificano i bisogni finanziari necessari alla sua implementazione per una cifra pari a 30 miliardi di dollari entro il 2012.
Durante la stessa Conferenza di giugno i singoli Governi e Capi di Stato, nonché alcune Banche di sviluppo presenti, si sono dichiarati pronti a rispondere a tale appello impegnandosi finanziariamente per 22 miliardi di dollari. Questi sarebbero erogati non solo come risposta all’emergenza sotto forma di aiuto alimentare, ma anche e soprattutto come investimento nello sviluppo agricolo di lungo termine.
Tuttavia, rispetto alle attese di questi paesi, i fondi ad oggi effettivamente sborsati sono lungi dall’essere all’altezza dei suddetti bisogni. Nonostante l’entusiasmo degli annunci è stata versata solo una minima parte di quanto promesso, equivalente al 10% e pari a 2 miliardi di dollari, essenzialmente destinati agli aiuti alimentari di emergenza, con pochi investimenti per affrontare strutturalmente la crisi.
Occorrono subito almeno 10 miliardi di dollari per poter sostenere gli agricoltori più poveri e vulnerabili e altri gruppi rurali, attraverso contributi gratuiti, prestiti agevolati, o l’espansione del credito rurale e del sistema di protezione sociale.
Un investimento aggiuntivo nel settore dell’educazione di base e dell’alfabetizzazione degli adulti avrebbe inoltre un impatto enorme sulla sicurezza alimentare.
Il raggiungimento del target dei 30 miliardi di dollari entro il 2012 ( a partire dai 3,9 miliardi di dollari stanziati nel 2006) sarebbe perfettamente raggiungibile se solo i donatori tenessero fede all’impegno di devolvere lo 0,7 per cento del PIL in APS.
Prima di tutto andrebbero presi in considerazione i seguenti provvedimenti: un’adeguata gestione dell’acqua e dei sistemi d’irrigazione, il miglioramento delle strade di campagna, l’istituzione di banche di semi, l’ampliamento della ricerca pubblica per permettere di estendere i sistemi di coltivazione sostenibili e a basso impatto (“low-input” ossia compatibili con le capacità di carico degli ecosistemi naturali).
Interventi a sostegno dell’economia rurale non possono prescindere dalla considerazione del ruolo delle donne: in Africa le donne costituiscono il 52% della popolazione, contribuiscono al 75% del lavoro agricolo e al 60-80% della produzione di cibo.
In Africa sub-sahariana le donne costituiscono il 34% della forza lavoro nell’economia formale, ma guadagnano solo il 10% del reddito prodotto e possiedono solo l’1% delle terra.
E’ stato dimostrato che nelle economie rurali, se le donne avessero accesso all’istruzione e ai processi decisionali, la produzione agricola aumenterebbe anche del 22%.
In ambito OMC è stato lanciato il programma Aid for Trade che dovrebbe sostenere i paesi più poveri nei loro sforzi volti a sviluppare il loro potenziale in termini di produzione e di esportazione, a differenziare le esportazioni e a implementare politiche per la creazione di nuovi posti di lavoro.
Tuttavia, fino ad ora le risorse destinate all’iniziativa Aid for Trade sono state limitate e non vi è nessuna prova che esse siano state realmente allocate in aggiunta a quelle già esistenti. A ciò si aggiunge la mancanza di trasparenza in merito alle procedure esistenti per accedere alle risorse destinate a tale iniziativa.
LA GOVERNANCE
La FAO è il forum più appropriato per discutere delle politiche agricole. È lo spazio multilaterale all’interno del quale, secondo il suo mandato originale, si dovrebbero decidere le politiche agricole globali “per combattere la fame e la povertà attraverso il miglioramento delle condizioni di vita economiche e sociali dei coltivatori rurali più poveri”.
Nonostante questo la FAO è sottoposta a due forze che tendono a limitarne la portata: da una parte il ruolo dilagante dell’OMC sui temi agricoli e dall’altra la riforma dell’organizzazione stessa.
In merito al dibattito sulla riforma in corso, la posizione dei paesi maggiori donatori porterebbe ad un’Organizzazione che si occupa solo di “norme internazionali” (sugli standard degli alimenti) e non di programmi per combattere la fame e la povertà, con un ruolo tecnico relativo al lavoro normativo sulla sicurezza degli alimenti ed il loro commercio e un profilo analogo a quello di un istituto di ricerca.
La FAO dovrebbe invece ritornare al suo mandato originale. Dovrebbe assumere un ruolo primario nelle politiche alimentari, agricole e legate alla pesca, e all’interno del processo di riforma dell’organizzazione, la priorità dovrebbe essere data allo sviluppo di conoscenza, di politiche internazionali volte a promuovere l’accesso e il controllo di terra, sementi, acqua e a proteggere le risorse comuni.
La FAO dovrebbe continuare a giocare un ruolo importante facilitando il dialogo – in particolare sui temi della riforma agraria e delle politiche di sviluppo rurale – tra governi e movimenti sociali e altre organizzazioni della società civile.
Le politiche dovrebbero riconoscere e promuovere la dignità dei produttori agricoli, ricordando sempre che il cibo è molto più che una merce.
Deve essere assolutamente potenziato il ruolo dell’UNCTAD quale Forum di discussione ed elaborazione delle politiche commerciali a favore dello sviluppo dei PVS.
Molto spesso l’UNCTAD ha anticipato analisi e posizioni rispetto ad altre organizzazioni internazionali, come è stato per esempio nel caso della crisi alimentare, dove già da aprile l’UNCTAD si pronunciò identificando nelle speculazioni finanziarie sui prodotti agricoli la causa scatenante della crisi alimentare globale.
Al contrario, le tendenze attuali, rappresentate per esempio dalla volontà di alcuni Paesi donatori di sopprimere l’organizzazione, fondendola con l’OMC, vanno nella direzione opposta.
L’OMC è il terzo organismo in ordine d’importanza nell’architettura internazionale che governa la globalizzazione.
È l’unica organizzazione “democratica” dove vige il principio di uno stato – un voto e andrebbe per questo mantenuta, anche se è necessaria una revisione profonda del suo mandato e delle sue procedure.
Il miglioramento della trasparenza e della legittimità dell’OMC deve procedere di pari passo con un’apertura democratica dell’organizzazione verso il mondo esterno, tramite i Parlamenti nazionali o le organizzazioni della società civile.
L’OMC dovrebbe far conoscere i suoi documenti, protocolli e decisioni al pubblico tramite il sito ufficiale di Internet e garantire un vero controllo democratico attraverso una maggiore supervisione parlamentare e il monitoraggio della società civile.
Questo richiederebbe, necessariamente, una maggiore trasparenza da parte di queste istituzioni nel rendere pubbliche le trascrizioni, i verbali e i documenti importanti delle riunioni di Consiglio, nonché un monitoraggio delle decisioni prese al loro interno.
Fin dal 1999, il Parlamento europeo e l’Unione interparlamentare, un’associazione mondiale di parlamentari, chiedono la creazione di una “Assemblea parlamentare dell’OMC”.
Questa Assemblea parlamentare consultiva potrebbe creare un collegamento con i Parlamenti nazionali, che ratificano gli accordi commerciali.
Agendo a nome dei cittadini degli Stati membri, si potrebbero ugualmente rafforzare il diritto di controllo e di responsabilità tanto sul piano internazionale che su quello nazionale ed assicurare una più grande trasparenza nelle procedure di regolamento delle controversie.
L’OMC dovrebbe rientrare anch’essa nel novero delle istituzioni che attuano politiche coordinate in vista del raggiungimento dei MDGs. Attualmente, infatti, l’OMC si occupa di una vasta gamma di questioni che si estendono ben oltre l’ambito puramente commerciale.
Qualsiasi tentativo serio di rafforzare il ruolo dell’ONU per garantire una maggiore coerenza tra le politiche finanziarie, commerciali e monetarie in vista del raggiungimento dei MDGs o, in senso più ampio, per rafforzare la sua efficacia nel promuovere i diritti umani, rischia di perdere senso senza un adeguato coordinamento che includa un ruolo ufficializzato e rafforzato nei confronti dell’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Dal punto di vista del negoziato, l’accordo ancora in fase di negoziazione e che dovrebbe portare alla conclusione del Round di Doha prevede sulle questioni agricole per i paesi meno avanzati: l’eliminazione di tutti i sussidi all’esportazione; la possibilità per i Paesi meno avanzati di definire una lista di prodotti speciali da esonerare dalla ulteriore liberalizzazione; l’accesso al mercato europeo dei prodotti provenienti dai paesi meno avanzati senza dazi e senza quote.
Tuttavia, numerose eccezioni rischiano di vanificare la portata di queste misure.
Occorre, quindi, non solo proseguire nel negoziato, ma eliminare tutte le deroghe che limitano la portata di tali decisioni.
Se, da un lato, i paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico (ACP) hanno accesso ai mercati europei senza dazi e quote, dalle statistiche emerge tuttavia che sono esonerati riso, banane, e zucchero e che la quota maggiore di prodotti ACP esportati verso l’Europa sono petrolio e materie prime.
Dopo quanto accaduto a Ginevra lo scorso luglio, l’unica certezza rimane il fatto che a trarre i maggiori vantaggi dal fallimento del negoziato saranno ancora una volta gli agricoltori dei paesi industrializzati, USA e UE in testa, che continueranno a ricevere sussidi alle loro produzioni ed esportazioni.
Il timore è che l’esito negativo dell’incontro di Ginevra, ritenuto dai più un ultimo test di prova sulla tenuta del sistema multilaterale, provochi il proliferarsi di accordi bilaterali e regionali che vadano a scapito soprattutto dei paesi più poveri dotati di capacità negoziale inferiore rispetto alle grandi economie industriali.
QUALE RUOLO PER IL G8
Sulle tematiche agricole il G8 non ha nessun ruolo o competenza riconosciuta.
Allo stesso tempo, data l’attuale crisi alimentare che sta affamando milioni di persone, il G8 può sollecitare con la sua autorità politiche concrete per rimuovere le cause di tale crisi.
Il Vertice di Toyako ha elaborato una Dichiarazione sulla crisi alimentare, in cui il problema viene affrontato in termini di emergenza alimentare con un’enfasi sulle misure legate agli aiuti alimentari.
Si pone in modo esasperato l’accento su aumenti della produttività, rivoluzione verde, sviluppo delle biotecnologie, biocarburanti, apertura dei mercati internazionali, messa a disposizione di scorte alimentari.
Eppure, come si deduce dai grafici pubblicati dalla FAO nel rapporto Food Outlook, Global Market Analysis (FAO, novembre 2008), la rapidità con la quale i prezzi dei cereali oscillano dimostra che non può essere solo il ciclo produttivo ad influenzarli, ma che gioca un ruolo determinante la speculazione finanziaria sui capitali legati ai generi alimentari.
È positivo che nella Dichiarazione si faccia riferimento alla necessità di aumentare gli investimenti in agricoltura, di privilegiare il sostegno ai piccoli produttori e all’impegno a sostenere il processo di riforma della FAO ma si tratta di dichiarazioni meno impegnative.
Sicuramente occorre continuare a monitorare le iniziative lanciate in sede G8, tra cui il gruppo di esperti incaricato di monitorare gli impegni assunti e di identificare il supporto che il G8 può dare alla High Level Task Force sulla Global Food Crisis.
Un importante appuntamento sarà sicuramente la riunione dei Ministri dell’Agricoltura del G8, ad aprile, a Treviso, in preparazione del Vertice di luglio.
OBIETTIVI PER IL G8
Per quanto riguarda l’apporto che l’Italia può dare alla definizione di un sistema commerciale e finanziario che sia aperto, non discriminatorio e basato sul principio della prevedibilità, il nostro paese può giocare un ruolo significativo in campo multilaterale, ma soprattutto può e deve agire in seno all’Unione Europea.
Per quanto concerne la Politica Agricola Comune, l’Italia, visti i sussidi ricevuti, ad esempio, dai suoi produttori di pomodori, riso e olio di oliva, rimane un silente sostenitore dello status quo.
L’Italia deve sostenere negli ambiti internazionali quelle politiche che promuovono un modello agroalimentare sostenibile, che salvaguarda la biodiversità, che tutela le produzioni e i mercati locali, che non sia orientato esclusivamente all’esportazione e che sia quindi in grado di garantire il diritto all’alimentazione della popolazione locale, facendosi promotrice all’interno dell’Europa di decisioni urgenti come l’immediata eliminazione di tutti i sussidi all’esportazione.
La Coalizione italiana contro la povertà chiede all’Italia in quanto paese membro del G8 e presidente di turno di:
Sostenere tutte le misure necessarie per porre fine alla speculazione sui prodotti di base: Un gruppo di esperti indipendente, sotto l’egida della task force dell’Onu per la crisi alimentare, dovrebbe essere incaricato di investigare il ruolo che gli speculatori istituzionali che operano nel mercato dei prodotti di base, in particolare attraverso fondi passivi (large index funds), hanno nell’innalzamento dei prezzi e raccomandare delle misure per tenere sotto controllo l’eccessiva speculazione.
Tecnologie OGM e basate sulla Rivoluzione Verde dovrebbero essere rifiutate: gli investimenti multilaterali in programmi pubblici di ricerca e sviluppo in ambito agricolo sono fondamentali, ma governi e donatori non devono farsi sedurre dalla cosiddetta “Seconda Rivoluzione verde”, basata su semi ad alto rendimento, geneticamente modificati per essere ultraresistenti a erbicidi, fertilizzanti chimici, pesticidi e sulla monocoltura.
Uno studio quadriennale a cura di 400 esperti delle Nazioni Unite, pubblicato quest’anno, sostiene che i raccolti GM non rappresentano una soluzione affidabile per l’incremento della produzione ( International Assessment of Agricultural Knowledge, Science and Technology for Development – IAASTD -, Executive Summary, Aprile 2008. www.agassesseent.org/docs/SR_Exexc_Sum_210408_Final.pdf.)
Incentivare la produzione con nuove tecniche e metodi, quali il sostegno alla produzione di OGM, crea profitti esclusivamente per le poche grandi multinazionali che controllano l’agro-industria a danno dei piccoli produttori; c’è piuttosto bisogno di una giusta regolamentazione del mercato e di denunciare le speculazioni finanziarie che determinano l’oscillazione dei prezzi dei cereali.
Le donne al centro dello sviluppo rurale: è fondamentale che gli interventi per la sicurezza alimentare che i Paesi G8 stanno mettendo in campo, a livello individuale e coordinato, collochino le donne al centro dello sviluppo rurale.
Occorrono misure per favorire l’accesso delle donne alla terra e garantire loro l’accesso alle risorse naturali (come programmi di formazione, sostegno finanziario alle attività agricole, facilitazioni per l’accesso al credito); è necessario collegare programmi e progetti di sviluppo rurale alle azioni di prevenzione e lotta all’AIDS; è quanto mai urgente lavorare per il rafforzamento di movimenti organizzati, cooperative, reti di donne che lottano contro le discriminazioni di genere nel mondo rurale.
Una nuova governance mondiale: è necessario ripensare la governance mondiale per la garanzia del diritto all’alimentazione.
L’OMC deve rimanere il Forum internazionale in cui affrontare le questioni commerciali internazionali secondo il mandato originario, senza l’allargamento a questioni che esulano da tale mandato, come l’agricoltura. In ogni caso deve essere riformata la pratica delle mini-Ministeriali, devono essere evitate le ‘green rooms’ come modalità di negoziazione, deve essere previsto un Comitato generale operativo o un’Assemblea che dovrebbe rappresentare il forum appropriato per i processi decisionali, deve essere predisposto un chiaro e trasparente sistema per la partecipazione della società civile, possibilmente in modo simile al funzionamento dello status consultivo presso l’ECOSOC alle Nazioni Unite. Per le questioni agricole devono essere rafforzati altri Fori internazionali come la FAO e l’UNCTAD, che rappresentano luoghi più appropriati per la elaborazione di politiche per la lotta alla fame nel mondo.
Riteniamo infine fondamentale che l’Italia giochi un ruolo chiave nel nuovo framework della Global Partnership for Agricolture che avrà il ruolo di monitorare gli impegni degli Stati rispetto alla crisi alimentare sia in termini di mobilitazione di risorse finanziarie che in termini di azioni concrete in programmi di sviluppo agricolo e rurale.

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