Coalizione Italiana contro la Povertà (3)

Le Sfide Globali e la Necessità di Agire per il Bene dell’Umanità. Un documento della Coalizione Italiana contro la Povertà Vertice del G8 2009.

LA SFIDA FINANZIARIA. La stabilità finanziaria come bene pubblico globale.

La stabilità finanziaria globale è una sfida fondamentale che l’attuale sistema finanziario non è in grado di affrontare. Al contrario, le attività speculative, definite la “peste del secolo”, interessano cifre di diversi ordini di grandezza superiori a quelli legati all’economia reale e le crisi finanziarie si susseguono senza soluzione di continuità.

 

 

Non ci troviamo oggi davanti a delle crisi finanziarie, ma a una crisi della Finanza. Una crisi nata nel Nord del mondo, ma i cui effetti stanno colpendo in maniera particolarmente grave i Paesi del Sud, e quelli più deboli in particolare. Sono diversi i meccanismi finanziari che alimentano una situazione di ingiustizia, instabilità, povertà e squilibri.

 

Fuga di capitali, elusione e evasione fiscale

Il sistema finanziario non solo è instabile, ma è anche ingiusto: le risorse passano dai più poveri verso i più ricchi. I flussi finanziari diretti dal Nord verso il Sud del mondo e legati alla cooperazione internazionale ammontano a 100 miliardi di dollari.

A causa della fuga di capitali, ogni anno tra i 500 e gli 800 miliardi di dollari seguono il percorso inverso, dai paesi del Sud verso il Nord e i paradisi fiscali. Confrontando l’ammontare del debito estero con lo stock della fuga di capitali, si scopre che negli ultimi 30 anni l’Africa è creditrice netta di capitali rispetto al resto del mondo, e rispetto al Nord in particolare.

La comunità internazionale ha iniziato a riconoscere l’impatto dei flussi finanziari illeciti sullo sviluppo dei Paesi più poveri, puntando l’indice contro la corruzione e la grande criminalità. Si tratta sicuramente di sforzi encomiabili, ma occorre ricordare che la corruzione non costituisce che la causa del 3-5% di questi flussi.

Una percentuale tra il 30 e il 35% è rappresentata dalle attività criminali, a partire dai traffici di droga e armi, mentre quasi i due terzi dei capitali illecitamente trasferiti dal Sud al Nord sono legati alla componente commerciale, ovvero all’elusione e all’evasione fiscale praticata dalle imprese multinazionali che operano nei Paesi del Sud. La percentuale più importante di quest’ultima è quella dovuta all’abuso della pratica del prezzo di trasferimento o transfer pricing, che da sola sorpassa di molto i potenziali guadagni derivanti dall’aumento degli aiuti o dalla cancellazione del debito.

 

La nuova finanza: speculazione sulle valute, hedge funds, private equity, derivati .

Il mercato delle valute, al 90% di natura speculativa, ha superato un volume di 3.000 miliardi di dollari al giorno.

Il totale di beni e servizi scambiati nel mondo è stimato in circa 10.000 miliardi di dollari l’anno.

Questo significa che sul solo mercato delle valute e in una sola settimana circolano più soldi di quanti ne siano legati all’economia reale transfrontaliera in un intero anno. Mentre i banchieri centrali ci continuano a dire che c’è bisogno di avere una grande liquidità sui mercati internazionali per aiutare la crescita dell’economia e che perciò questi non devono essere eccessivamente regolati, queste enormi masse speculative provocano una forte instabilità e volatilità sui mercati internazionali.

Gli strumenti negoziati al di fuori delle borse valori ufficiali – Over the Counter - sono passati in soli 7 anni, tra il 2000 e il 2007, da un nozionale di 100 trilioni di dollari a 600 trilioni di dollari, circa 12 volte il prodotto interno lordo dell’intero pianeta. Nonostante una chiara tendenza all’incremento dei prezzi, negli ultimi anni le merci sono state soggette a un’elevata volatilità, anche a causa della enorme crescita di strumenti finanziari quali i derivati, gli hedge funds e i fondi di private equity.

Dal momento che la crisi del credito ha ridotto la disponibilità di prestiti bancari e quindi la leva finanziaria che è essenziale per garantire gli alti tassi di profitto – ossia soggetti speculatori che prendono in prestito soldi principalmente dalle banche – gli hedge funds stanno in parte riorientando i loro affari verso la speculazione sulle materie prime, il petrolio e i prodotti alimentari.

Le conseguenze ricadono in modo particolare sui Paesi poveri che importano questi prodotti. Assieme ad altri fattori, come la produzione di bio-combustibili e l’impatto dei cambiamenti climatici sulle produzioni, questo porta a un incremento della fame e della povertà.

 

I paradisi fiscali

I paradisi fiscali sono utilizzati dalle persone e dalle imprese che intendono eludere o evadere il fisco e dalla grande criminalità organizzata e sono caratterizzati dalla mancanza di trasparenza, dalla segretezza e dall’anonimato.

Oltre la metà del commercio internazionale passa almeno da un paradiso fiscale, anche se questi ultimi incidono solo per il 3% sul PIL globale. E’ da notare che la maggior parte dei paradisi fiscali si trovano in Europa o sono strettamente legati alle nazioni europee, come avviene ad esempio per diversi territori del Commonwealth.

Le conseguenze e gli impatti dei paradisi fiscali sono enormi, tanto nel Nord quanto nel Sud del mondo. Questi territori minano la giustizia e l’equità fiscale, compromettono il welfare e le politiche pubbliche, favoriscono l’elusione e l’evasione fiscale, la corruzione e la grande criminalità.

Per i paesi del Sud, le perdite sono dell’ordine delle centinaia di miliardi di dollari ogni anno e vanificano i tentativi di impostare uno sviluppo endogeno e di lottare contro la povertà. I paradisi fiscali, inoltre, alimentano l’instabilità e le crisi finanziarie.

Questi territori sono anche responsabili di una concorrenza sleale tra le imprese: quelle transnazionali, con maggiore esperienza in ambito fiscale e con una produzione indirizzata all’export sono infatti indebitamente avvantaggiate rispetto a quelle di piccola dimensione e che producono per i mercati locali.

 

Regolamentazione

La liberalizzazione dei movimenti di capitali e del settore finanziario, incoraggiata nei Paesi in via di sviluppo dal Fondo monetario internazionale, ha aumentato la vulnerabilità di questi Paesi rispetto ai repentini cambiamenti del sistema finanziario globale ed ha incentivato la fuga di capitali.

La mancata capacità del FMI di fare fronte alle crisi finanziarie asiatiche ha inoltre incoraggiato molti Paesi del Sud ad accumulare enormi riserve valutarie per prevenire crisi future. Tale provvedimento ha sottratto massicce somme di denaro ai bisogni dello sviluppo. A più di sessant’anni dalla sua istituzione, il Fondo non è riuscito a prevenire le crisi economiche e in diversi casi le sue prescrizioni hanno peggiorato le conseguenze delle crisi che si sono succedute.

 

FINANZA AL SERVIZIO DELLA PROMOZIONE DEI DIRITTI

La finanza è la vera vincitrice dei processi di globalizzazione: essa agisce su scala planetaria ed è presente in maniera estremamente capillare sul territorio.

La liberalizzazione dei mercati, l’innovazione finanziaria e l’informatica hanno dato vita ad un unico grande mercato finanziario mondiale. Una trasformazione che non è stata accompagnata da un analogo sviluppo dei sistemi di regolamentazione, supervisione e controllo, che sono in massima parte ancorati al concetto di stato – nazione. Parliamo inoltre di stati-nazione in concorrenza tra di loro per attrarre capitali dai mercati internazionali.

Una situazione che ha portato a una vera e propria corsa al ribasso in materia di normative ambientali, sociali, sui diritti umani e riguardo al controllo dei capitali, fino all’esempio estremo rappresentato dai paradisi fiscali.

 

Negli ultimi anni, inoltre, è progressivamente venuta meno la distinzione tra capitale produttivo e capitale speculativo, con grandi gruppi industriali che realizzano la gran parte dei profitti puramente sul mercato finanziario.

Ciò ha profondamente danneggiato strategie industriali mirate alla creazione di maggiore occupazione. Le fasce più deboli della popolazione sono invariabilmente quelle che, pur non partecipando al grande circo della finanza, ne pagano il prezzo maggiore.

E’ necessario riportare la finanza alla sua funzione originaria: non un fine in se stesso per produrre denaro dal denaro, ma uno strumento al servizio delle attività produttive e commerciali, mirato a facilitare l’accesso al credito per le fasce di popolazione più disagiate e che consideri gli effetti non-economici delle proprie azioni, gli impatti sociali, ambientali e sui diritti umani.

Affinché la finanza e l’economia possano essere legate alla promozione e alla tutela dei diritti umani, ivi compreso il diritto allo sviluppo, è necessaria una forte e coordinata azione da parte della comunità internazionale. Lo Statuto delle Nazioni Unite (artt.1(3), 55 e 56), la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (artt. 22 e 28), il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (art.2), la Dichiarazione sul Diritto allo Sviluppo (artt. 3 e 4) e la Convenzione sui Diritti dei Minori (artt. 4, 24(4) e 28(3)) affermano, considerati congiuntamente, che esiste un obbligo preciso in capo ai singoli Stati e alla Comunità Internazionale nel suo complesso di cooperare per combattere la povertà e promuovere, tutelare e realizzare i diritti umani.

L’Ottavo Obiettivo di Sviluppo del Millennio è dedicato ad articolare tale obbligo attraverso una serie di traguardi e di indicatori specifici, che mirano a promuovere la creazione di una “partnership globale per lo sviluppo”.

Come è stato esplicitato, l’obbligo di cooperare per lo sviluppo trova la propria applicazione fondamentale in quelle aree che, per la loro natura intrinsecamente globale, non sono fronteggiabili con le forze di un singolo Paese, soprattutto quando si tratta di un paese povero: carenza di risorse economiche e tecnologiche, inadeguatezza dell’ambiente politico ed economico internazionale, asimmetria nel sistema globale di governance.

Da qui discendono quei problemi che la comunità internazionale, ed in particolare i paesi del G8, sono tenuti ad affrontare e a risolvere in maniera tale che vengano tutelati i diritti umani di ciascuno: finanza per lo sviluppo e APS, regole commerciali e questione ambientale, riforma dei processi di decision-making internazionale.

 

FINANZA PER LO SVILUPPO

Gli impegni di Monterrey e la situazione attuale

Siamo ben lontani dal raggiungere gli impegni presi nel 2002 a Monterrey durante il vertice ONU sulla Finanza per lo Sviluppo.

In quell’occasione i Governi promisero di incoraggiare “un adeguato sviluppo dei mercati di capitali allo scopo di rispondere ai bisogni della finanza dello sviluppo e alla promozione di investimenti produttivi”; concordarono sul fatto che tali provvedimenti “richiedessero un giusto sistema di intermediazione finanziaria, quadri normativi trasparenti e un efficace meccanismo di supervisione”; affermarono che avrebbero introdotto misure per “mitigare gli impatti dell’eccessiva volatilità dei flussi di capitali a breve termine” e per rafforzare “regole prudenziali e la supervisione delle istituzioni finanziarie, incluse quelle che utilizzano un forte effetto leva”.

A distanza di sette anni, è possibile affermare che la finanza si è mossa nella direzione diametralmente opposta, con il silenzio-assenso di questi stessi Governi. La conferenza sulla Finanza per lo Sviluppo che si è svolta a Doha dal 29 novembre al 2 dicembre 2008 è stata, secondo il giudizio della quasi totalità delle reti e delle organizzazioni della società civile internazionale, un’occasione mancata, se non un vero e proprio fallimento.

Malgrado la gravità della situazione internazionale, nel testo sono pochissimi i riferimenti alla crisi finanziaria. In diversi passaggi, il testo finale della Conferenza di Doha è addirittura più debole di quello emerso dall’incontro di Monterrey nel 2002.

L’assenza della quasi totalità dei Capi di Stato e di Governo dei Paesi del G8 a Doha testimonia la mancanza di impegno delle maggiori economie del Nord del mondo. E’ urgente e necessario un drastico cambiamento di rotta e un maggior impegno a livello internazionale.

 

Primi passi concreti

La grande opacità del sistema finanziario rende estremamente difficile valutare le reali dimensioni dei problemi e risolverli in maniera efficace.

E’ assolutamente necessario incrementare la trasparenza.

I dati esistenti sui meccanismi finanziari che facilitano la fuga illecita di capitali dai Paesi del Sud e impediscono a questi Paesi di mobilitare le proprie risorse interne sono insufficienti. Non esiste nessun argomento economico a favore delle pratiche dei centri offshore e dei paradisi fiscali.

Possono essere adottate misure ad interim, che vanno dall’eliminare il segreto bancario per le banche che lì operano, all’imporre delle forti tasse sulle transazioni verso questi centri. Alcuni tentativi di regolamentazione sono già in fase di discussione, come la recente “Stop tax haven abuse act” negli Usa e dovrebbero essere rafforzati.

L’orientamento fondamentale per un reale cambiamento deve avere come obiettivo quello di rompere il dominio dei mercati finanziari sull’economia reale, in particolare introducendo delle misure di regolamentazione che affrontino la speculazione e riducano la volatilità. Queste misure dovrebbero includere una tassazione progressiva dei capitali, comprese forme di tassazione sulle transazioni valutarie, e controlli sui capitali in entrata e in uscita in accordo con le necessità di ogni economia nazionale.

Delle forme di tassazione internazionale contribuirebbero alla regolamentazione della finanza, a frenare la speculazione e altre esternalità negative e fornirebbero un gettito da destinare alla tutela dei Beni Pubblici Globali.

 

L’aiuto pubblico per lo sviluppo: se non durante la crisi, quando?

L’aiuto per lo sviluppo, se è ben gestito, prevedibile nel lungo termine e slegato, ha un impatto positivo8 nei Paesi partner. Raddoppiare l’aiuto pro-capite per la salute ridurrebbe del 2% la mortalità infantile, mentre il semplice incremento dell’aiuto pari ad un punto di PIL del Paese partner aumenterebbe del 5% la partecipazione scolastica.

In gran parte delle analisi non si evidenzia alcuna correlazione tra l’impatto dell’aiuto e la crescita economica, ma limitando l’analisi all’aiuto alle infrastrutture si registrano esempi positivi. In molti casi si è evidenziata l’efficacia economica dell’aiuto alle condizioni di stress dei Paesi partner: l’aiuto avrebbe un maggiore effetto in Paesi soggetti a shock commerciali per prodotti non agricoli, coinvolti in disastri naturali o che escono da un conflitto.

Infine, secondo altre analisi che hanno focalizzato l’attenzione sulle possibili relazioni tra aiuto e forme istituzionali, l’aiuto favorirebbe la democrazia.

Nel 2005 i membri del G8 si erano impegnati ad aumentare significativamente gli aiuti, ma, paradossalmente, da quell’anno gli aiuti sono in continua flessione.

Il DAC stima che con l’attuale tendenza nel 2010 mancheranno tra i 38 e i 40 miliardi di dollari per centrare l’obiettivo quantitativo di Gleaneagles.

Nei Paesi del G8 la contrazione dell’aiuto tra il 2005 e il 2007 è stata superiore ( -21%) a quella degli altri donatori (-12%). L’aiuto si contrae dopo il picco del 2005 poiché le statistiche erano state “gonfiate” dalle massicce cancellazioni del debito, che di fatto hanno finito per minare la sostenibilità dei flussi dell’aiuto. Se valutato rispetto al loro peso economico nei Paesi OCSE, il contributo dei paesi G8 è ancora inferiore a quello degli altri donatori. Anche la volatilità dell’aiuto G8 e la quota di aiuto legato sono superiori al dato medio degli altri donatori. Inoltre, rispetto ai Paesi DAC, i G7 hanno contribuito maggiormente alla mancata erogazione dell’aiuto promesso rispetto a quanto hanno fatto sullo sborsato.

Secondo alcuni studi, i bassi livelli di aiuto sono stati determinati dalla bassa crescita economica, dall’aumentata disuguaglianza tra i redditi, dall’alto livello di corruzione interna e dalle basse entrate fiscali.

Il modello disegna uno scenario che almeno parzialmente riflette la situazione economica dell’Italia e dei G7 nell’ultimo anno. Infine un’analisi completa di molte variabili nazionali, rileva livelli di correlazione positiva significativa tra quantità di aiuto ed entrate fiscali, basso debito, crescita economica, bilancia commerciale in attivo, popolazione ridotta, limitate disuguaglianze di reddito e presenza di un ente dedicato alla cooperazione allo sviluppo. Dall’applicazione dei coefficienti al caso italiano emerge che, pur riconoscendo al nostro Paese tutte le attenuanti possibili (alto indebitamento e bassa crescita), le sue allocazioni sono comunque insufficienti rispetto a quanto investito dagli altri Stati in situazioni analoghe.

Sulla base del comportamento degli altri paesi OCSE negli ultimi 40 anni, le passate difficoltà economiche italiane non giustificavano comunque un aiuto inferiore allo 0,29% del PIL, al netto del debito.

L’Italia svolge un ruolo di primo piano nella comunità internazionale dei donatori, rappresenta il 6,2% di tutto l’aiuto europeo, le sue scelte hanno un peso rilevante sulle politiche globali per la lotta alla povertà. e ha quindi importanti responsabilità.

Dal primo gennaio 2007, tuttavia, la politica italiana di cooperazione allo sviluppo è ufficialmente fuori dall’Europa – assieme a Portogallo, Spagna e Grecia -, non avendo raggiunto l’obiettivo comunitario dello 0,33%. Se il nostro Paese non centra l’almeno obiettivo dello 0,44% del PIL nel 2010, anche lo sforzo collettivo dell’Unione Europea verso lo 0,56% è in pericolo14. Gli aiuti italiani per il 2009 potrebbero invece scendere fino al record negativo dello 0,09 per cento del Pil, di fronte a un livello per il 2008 che probabilmente si assesterà sullo 0,22 per cento del Pil, e contro l’impegno più volte confermato del Governo italiano di raggiungere lo 0,51 per cento del PIL entro il 2010.

Riconoscendo le difficoltà della situazione internazionale, ci pare utile segnalare che Francia, Germania, Regno Unito, Irlanda e Spagna stanno mantenendo costanti le disponibilità per l’aiuto pubblico allo sviluppo.

I tagli previsti per il ministero degli Affari esteri costituiscono una riduzione di oltre la metà rispetto alle disponibilità di inizio 2008. L’ammontare complessivo previsto per il 2009, pari a 321 milioni di euro, rappresenta il minimo in termini nominali dal 2000, la metà delle risorse in termini reali rese disponibili nel 2001 e meno della metà di quello che le Ong raccolgono privatamente. Inoltre, il ministero dell’Economia non disporrebbe delle risorse necessarie per iniziare a far fronte agli impegni presi con banche e fondi multilaterali regionali di sviluppo.

A fronte della scarsità di risorse, dal 2000 alcuni donatori hanno tentato di ampliare la definizione di aiuto pubblico allo sviluppo, permettendo di contabilizzare nuove spese per il raggiungimento dello 0,7%.

In passato, le pressioni si sono concentrate sulle spese per la sicurezza – missioni militari o per il peacekeeping – mentre ora si stanno concentrando sulle significative risorse messe a disposizione per finanziare l’adattamento climatico, con il crescente interesse di tutti i donatori alla loro completa contabilizzazione per il raggiungimento dello 0,7%.

In una situazione di scarsità di risorse, i Governi ed i Parlamenti hanno il dovere di assicurare che tale aiuto sia speso efficacemente così che possa creare un reale impatto positivo nei paesi più poveri e abbia davvero un ruolo cruciale nella lotta alla povertà globale.

Il forum di Accra ha conseguito alcuni modesti risultati, anche se molto resta ancora da fare. Gli avanzamenti più significativi riguardano l’utilizzo dei sistemi paesi, la riduzione della frammentazione degli interventi, la prevedibilità dei flussi d’aiuto, il riconoscimento e la valorizzazione del ruolo dei parlamenti, delle autorità locali e della società civile del nord e del sud del mondo, oltre che dei nuovi attori della cooperazione e della cooperazione Sud-Sud.

Su alcune questioni fondamentali non c’è stato consenso: lo slegamento dell’aiuto, il monitoraggio indipendente e le condizionalità

A due anni dalla scadenza per il raggiungimento degli obiettivi di efficacia dell’aiuto della Dichiarazione di Parigi, l’Italia ha raggiunto un solo obiettivo. I quattro indicatori più lontani dagli obiettivi di Parigi su cui la cooperazione italiana dovrebbe concentrare i propri sforzi sono, in ordine di priorità: la riduzione delle strutture parallele, l’uso dei sistemi di gestione dei paesi, l’allineamento e l’aiuto a programma.

Rispetto agli altri Paesi europei, l’Italia è il Paese più lontano dal conseguire l’obiettivo dell’aiuto prevedibile ed il secondo più distante dall’obiettivo relativo al lavoro analitico congiunto.

 

RIMESSE: un’assicurazione contro le crisi?

Se i flussi finanziari dell’aiuto allo sviluppo sono legati al mutare delle realtà politiche ed economiche nei Paesi donatori, le rimesse sono più stabili, e addirittura anticongiunturali.

Con questo termine si indica il fatto che le rimesse tendono ad aumentare nei momenti di crisi nel Paese ricevente ma a ridursi a fronte di difficoltà economiche del Paese donatore. In caso di catastrofe naturale, crisi politica o in altre situazioni di difficoltà, normalmente le rimesse aumentano, grazie alla sensibilità dei migranti verso le loro famiglie di origine.

Da diversi punti di vista, quindi, le rimesse rappresentano una forma di flusso finanziario ben più stabile dell’aiuto allo sviluppo. E’ comunque opportuno sottolineare che la quasi totalità dei soldi provenienti dalle rimesse viene impiegata per spese correnti e per finanziare i consumi, mentre l’aiuto allo sviluppo può servire per finanziare progetti di investimento a lungo termine e nelle infrastrutture (scuole, ospedali o altre).

In questo senso, i due flussi finanziari devono essere considerati complementari.

Riguardo le rimesse, uno dei maggiori problemi riguarda il fatto che sono legate ai flussi migratori: alcuni governi del Sud sembrano già oggi sostenere l’emigrazione per aumentare le rimesse e migliorare quindi i propri bilanci pubblici.

Un altro problema è quello delle commissioni richieste dalle agenzie specializzate per l’invio del denaro. Si stima che queste commissioni ammontino a una cifra compresa tra i 25 e i 30 miliardi di dollari all’anno, ovvero circa il 15% del totale delle rimesse che arrivano nei Paesi più poveri. Un dato medio che nasconde condizioni ancora più sfavorevoli nel caso del trasferimento di piccole somme di denaro.

In alcuni casi le commissioni possono superare anche il 50% dell’importo da spedire. Un prelievo che garantisce profitti enormi agli attori finanziari coinvolti, e che matura sul lavoro dei migranti.

 

DEBITO: una crisi risolta?

Dal 2000 l’esposizione debitoria verso l’estero dei paesi in via di sviluppo è cresciuta in modo determinante, passando da 2.266 miliardi di dollari a 3.357 nel 2007.

Quelli maggiormente coinvolti dall’aumento sono stati i paesi a medio reddito, sia di fascia inferiore che superiore.

Esaminando i dati disaggregati per area, emerge che in Medio Oriente e Nord Africa si è registrato un calo (dai 163 miliardi di euro del 1996 ai 151 nel 2007); stessa sorte per l’Africa Sub-Sahariana, passata da 200 milioni di euro del 1996 a 193 dello scorso anno. Boom del debito invece in Europa e Asia Centrale: la partizione raggiunge nel 2007 1.268 milioni di euro di debito, con una fortissima crescita nell’ultimo anno esaminato (nel 2006 era fermo a 954 milioni).

Una lettura superficiale potrebbe far credere che non vi siano state cancellazioni. In realtà l’aggregazione compone dati di paesi che sono stati destinatari di riduzioni del debito con quelli di chi lo ha visto aumentare.

Le forti cancellazioni che hanno interessato ad esempio l’Africa Sub Sahariana, la regione più povera del pianeta, sembrano non avere inciso significativamente. Il dato del servizio del debito è a questo proposito assolutamente eccessivo: nel 1999 era pari a 13,5 miliardi di dollari annui, aumentati a 23,5 miliardi nel 2006 per poi diminuire a 16,8 nel 2007.

Le iniziative G8 sul debito, HIPC e MDRI, hanno avuto un impatto positivo. Secondo le stime del Fondo monetario internazionale, dall’avvio delle cancellazioni, gli stock del debito degli HIPC sono passati da 104 miliardi di dollari a 14 miliardi, mentre dal 2000 il pagamento annuale del servizio di debito è diminuito considerevolmente: dal 5 al 2% dei PIL nazionali.

La liberazione delle risorse ha portato al quadruplicamento delle spese interne destinate alla lotta alla povertà negli HIPC.

Tuttavia, la sostenibilità del miglioramento non è scontata: alcune proiezioni stimano che la richiesta di maggiori risorse finanziarie esterne con la richiesta di nuovi prestiti porterebbe il debito degli HIPC a tornare insostenibile intorno al 2015.

Gambia, Haiti ed il Ruanda sono già ad alto rischio di reindebitamento dopo le cancellazioni di cui hanno beneficiato.

Il peso del debito rimane ancora molo elevato per i Paesi meno Avanzati che non sono stati giudicati eleggibili per le cancellazioni.

Lo scenario potrebbe deteriorarsi anticipatamente, poiché la sostenibilità del debito è calcolata su stime ottimistiche di crescita economica e degli scambi commerciali, non più adeguate all’attuale situazione finanziaria. Proprio in questo contesto di crisi, i Paesi più poveri sono stati spinti dalle istituzioni finanziarie a reperire sui mercati finanziari i propri capitali, in particolare emettendo titoli di stato.

Nell’attuale situazione di crisi, questi titoli di stato non vengono acquistati dagli investitori, il che potrebbe spingere molti governi a rivedere al rialzo i tassi di interesse offerti dai titoli stessi. Un meccanismo che rischia nuovamente di incrementare il debito estero di tali Paesi. Il nostro paese si è dotato nel 2000 di una legge tra le più avanzate in materia di debito. Ma il suo profilo avrebbe potuto essere significativamente diverso in questo campo se fosse stata data continuità da parte dei governi all’impegno chiesto in sede parlamentare.

La richiesta di ammettere alla cancellazione tutti i paesi a basso reddito è stata presentata da altri paesi, ma non dall’Italia. La retorica dell’impossibilità di dare di più perché manca la capacità di assorbimento o perché tutto andrebbe in corruzione è falsa.

Le operazioni di conversione del debito in Guinea e Zambia hanno finanziato, nelle zone più povere di questi Paesi, oltre 1000 progetti promossi da attori sociali, spesso poco strutturati.

Se si pongono regole rigorose e inclusive, insieme a strumenti per facilitare quell’inclusione, la questione dell’assorbimento è un falso problema e una falsa giustificazione.

 

GOVERNANCE INTERNAZIONALE

I problemi principali dell’attuale sistema di governance finanziaria internazionale si possono ricondurre ai fallimenti nella supervisione e nella regolamentazione del sistema stesso.

Le Istituzioni Finanziarie Internazionali hanno promosso la necessità di lasciare liberi i mercati.

Questo ha portato non solo a instabilità e a successive crisi, ma anche a un sistema economico globale a doppio binario, dove un’economia virtuale guidata dalla speculazione e dagli interessi a breve termine del settore privato ha preso il sopravvento sull’economia reale.

Il sistema finanziario è oggi instabile, inefficiente e dannoso per l’eguaglianza, il welfare e lo sviluppo. Sono necessari dei cambiamenti sistemici.

Nel prendere le decisioni economiche, la priorità deve essere data allo sviluppo sostenibile e ai diritti umani. In considerazione della natura trans-frontaliera dei mercati finanziari, invece di una competizione senza regole tra le economie nazionali, è necessario un coordinamento efficace per migliorare la cooperazione e lo scambio di informazioni tra governi in materia finanziaria e fiscale e per realizzare dei sistemi di regolamentazione, supervisione e controllo dei mercati finanziari che possano funzionare efficacemente a livello globale.

Un ente di regolamentazione internazionale è quindi necessario.

Occorre potenziare fortemente le strutture dell’ONU che si occupano di cooperazione economica, a partire dal Tax Committee, creato per evitare pratiche fiscali nocive. Uno dei principali obiettivi di questo comitato dovrebbe essere un codice di condotta sulla cooperazione internazionale per combattere l’evasione fiscale, da implementarsi tanto a livello nazionale quanto internazionale.

E’ necessario un drastico cambiamento tanto del paradigma delle politiche monetarie e finanziarie seguite, quanto della struttura di governance del FMI, se l’istituzione vuole continuare a essere legittimata e giocare un ruolo nell’economia mondiale. Una tale riforma dovrebbe includere l’effettiva integrazione del mandato del FMI nel sistema delle Nazioni Unite con un compito limitato ad assicurare un sistema finanziario internazionale stabile e regolamentato, che veda anche l’emergere di strutture regionali in grado di promuovere la stabilità finanziaria.

I donatori devono sostenere la creazione di competenze delle autorità fiscali nei Paesi del Sud, in modo da prevenire l’elusione e l’evasione fiscale. In quest’ambito, i donatori dovrebbero fare sforzi particolari per quanto riguarda l’identificazione e il rimpatrio dei capitali sottratti ai Paesi del Sud.

 

FINANZA INTERNAZIONALE E RUOLO DEI PAESI DEL G8

I governi del G8, dietro la retorica amica dei Paesi poveri e dell’ambiente, hanno responsabilità enormi nel propagare la “peste del secolo”. Tra l’altro sono gli stessi governi che continuano a dominare il sistema di governo delle istituzioni finanziarie internazionali, in maniera anacronistica rispetto alle evoluzioni della mappa geo-economica del pianeta.

Nel 2009 il G8 si terrà in Italia e il nostro Paese dovrebbe porre al centro del vertice la definanziarizzazione dell’economia mondiale, portando così benefici ai poveri del Sud e alle strutture produttive dell’intero pianeta.

La prima urgenza per i Paesi del Sud è quella di arrestare la fuga di capitali che inesorabilmente continua ad impoverire le loro economie e a impedire di avviare un processo di sviluppo sostenibile e autosufficiente nel lungo termine. Tale ennesima rapina dei popoli del Sud del mondo, eseguita tramite l’utilizzo dei buchi neri dei paradisi fiscali, rende irrisorio ogni tentativo di riforma e di rendere più efficiente l’aiuto allo sviluppo e i meccanismi finanziari collegati.

 

OBIETTIVI E RICHIESTE PER IL G8

L’implementazione della maggior parte delle misure proposte non presenta particolari difficoltà tecniche. E’ unicamente una questione di volontà politica e di definizione delle priorità dell’agenda internazionale.

Secondo la Banca mondiale, per ridurre di due terzi la mortalità infantile nei Paesi più poveri servirebbero dai 20 ai 25 miliardi di dollari addizionali ogni anno. Per garantire l’istruzione di base a tutte le bambine e i bambini del mondo sarebbero necessari tra i 10 e i 30 miliardi di dollari.

La comunità internazionale si è finora dimostrata incapace di trovare tali risorse, che ammontano a una minuscola frazione degli oltre 3.000 miliardi di dollari che sono stati messi a disposizione in pochissime settimane da Europa e Usa per salvare le istituzioni finanziarie responsabili di una crisi che sta colpendo duramente gli stessi Paesi più poveri.

E’ necessario un nuovo modo di pensare, che consideri i legami tra la povertà e la fuga di capitali, la scarsità di entrate locali che si riescono a mobilitare, la speculazione sui prezzi delle materie prime e l’instabilità finanziaria.

 

La coalizione italiana contro la povertà chiede all’Italia, in quanto paese membro del G8 e presidente di turno, in materia di speculazione e mercati finanziari di: Studiare e implementare sistemi di regolamentazione, supervisione e controllo adeguati, sia riguardo i mercati finanziari in generale, sia rispetto a specifici strumenti, quali i prodotti derivati, gli hedge funds o i fondi di private equity.

Migliorare lo scambio di informazioni e la trasparenza in materia finanziaria, fiscale e riguardo il segreto bancario. Molte di queste proposte sono state elaborate dalle reti della società civile internazionale, e potranno essere illustrate in documenti ad hoc.

Approvare un’imposta minima sulle transazioni valutarie per frenare i capitali speculativi incentivando gli investimenti produttivi, la ricerca e l’occupazione capaci di promuovere lo sviluppo sostenibile, la lotta ai cambiamenti climatici e i diritti umani. L’imposta, oltre a porre un freno alla speculazione finanziaria, permetterebbe di riscuotere un reddito da destinare alla cooperazione internazionale e al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.

Diversi governi e parlamenti, tra i quali quelli di Francia, Belgio, Austria e altri hanno già avviato un processo in favore di una simile tassa. Approvare un sistema obbligatorio di rendicontazione Paese per Paese, adottato a livello globale, che permetterebbe di migliorare in maniera determinante la trasparenza sulle attività e i profitti delle imprese transnazionali per raggiungere i maggiori risultati nella lotta contro l’elusione e l’evasione fiscale, la corruzione, la criminalità finanziaria internazionale e i paradisi fiscali.

 

In materia di quantità e qualità dell’aiuto: Invertendo la rotta presa con l’ultima legge finanziaria, stabilire una chiara tabella di marcia per il raggiungimento dello 0,51% del proprio PIL in aiuto pubblico allo sviluppo entro il 2010, per arrivare allo 0,7% nel 2015.

Avviare un processo per la valutazione dell’efficacia dei meccanismi innovativi di finanziamento per la cooperazione allo sviluppo, considerando un possibile aumento della partecipazione finanziaria e ribadendo l’addizionalità delle risorse rispetto al raggiungimento dello 0,7%.

Escludere la revisione degli attuali criteri internazionali per la contabilizzazione dell’APS, escludendo o riconoscendo l’addizionalità degli investimenti per far fronte al cambiamento climatico. Estendere il numero e l’ammontare dei debiti cancellati o convertiti in base alla legge 209/00 per la cancellazione del debito.

Rispettare i principi sull’Efficacia dell’Aiuto adottati a Parigi nel 2005 e recepire in un piano d’azione le indicazioni emerse dall’Accra Agenda For Action del settembre 2008.

Slegare completamente l’aiuto pubblico allo sviluppo e non assoggettarlo a condizionalità di tipo economico, ma unicamente a condizionalità basate sul raggiungimento di risultati significativi in termini di lotta alla povertà

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