Coalizione Italiana contro la Povertà (4)

 Le Sfide Globali e la Necessità di Agire per il Bene dell’Umanità. Un documento della Coalizione Italiana contro la Povertà Vertice del G8 2009  I CAMBIAMENTI CLIMATICI. UNA SFIDA PER IL G8

I Cambiamenti climatici sono oggi al centro della discussione politica internazionale. Dopo il Quarto Assessment Report dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), pubblicato nel 2007, si è affermata la coscienza che i cambiamenti del clima costituiscono una delle maggiori minacce per la sicurezza internazionale e per il benessere umano e degli ecosistemi naturali.

 

 

A partire dal 2005, tutti i vertici del G8 ne hanno discusso e la questione è stata dibattuta nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Proprio all’interno del processo deputato delle Nazioni Unite, la Convenzione Quadro sul Clima (Framework Convention on Climate Change, UNFCCC), ci si aspetta venga raggiunto un accordo globale che porti, dopo il 2012 e con la fine del primo periodo di azione del Protocollo di Kyoto, a impegni vincolanti di riduzione delle emissioni di tutti i Paesi industrializzati e ad azioni di riduzione, nel lungo periodo, anche da parte delle economie emergenti, nel riconoscimento delle responsabilità storiche, ma anche nello sforzo collettivo e condiviso di evitare le conseguenze più catastrofiche del riscaldamento globale, mantenendo al di sotto dei 2°C l’aumento della temperatura media globale.

Nei Paesi più vulnerabili, del resto, si afferma la consapevolezza dell’impatto disastroso che i cambiamenti del clima hanno, e potrebbero avere ancor più in futuro, su economie e sistemi economici e sociali già molto fragili.

I leader del G8 devono assumere e perseguire le proprie responsabilità per il futuro del Pianeta e della stessa civiltà umana.

Già con l’attuale aumento medio della temperatura globale, inferiore a 1°C, il mondo assiste a fenomeni molto seri legati al riscaldamento globale, culminati quest’anno nel massiccio scioglimento dei ghiacciai in Artico durante il periodo estivo, che ha reso addirittura navigabili quelle regioni e ha messo seriamente a rischio le condizioni di sopravvivenza di grandi mammiferi come gli orsi polari.

La comunità scientifica ci dice che se il fenomeno andasse avanti a questa velocità e intensità, con l’innesco di numerosi meccanismi di feedback –già in parte avviatisi- il rischio sarebbe enorme, inimmaginabile e catastrofico.

     

IL CLIMA: UN BENE COLLETTIVO

Il clima, come la composizione dell’atmosfera che lo determina, è un bene collettivo: l’impatto del clima nella storia della civiltà umana è sempre stato enorme, anche in presenza di fenomeni periodici e naturali.

L’affermarsi e la scomparsa di intere civiltà sono state determinate dall’andamento del clima.

Per clima si intende l’insieme delle condizioni atmosferiche medie ottenute da rilevazioni omogenee dei dati per lunghi periodi di tempo.

Il clima di una regione geografica determina la flora e la fauna, influenzando le attività economiche, le abitudini e la cultura delle popolazioni che vi abitano.

Gli esseri umani hanno sempre percepito le condizioni climatiche come un fattore naturale, in molte civiltà addirittura legato al soprannaturale. E’ quindi particolarmente arduo accettare ciò che la comunità scientifica ha ormai determinato con ragionevole certezza e quasi unanime consenso: il fenomeno del riscaldamento globale che oggi pervade il Pianeta è dovuto per il 95% alle attività umane.

Dunque nell’Antropocene (il termine è stato coniato nel 2000 dallo scienziato Premio Nobel Paul Crutzen per definire l’era geologica attuale, in cui l’uomo e le sue attività sono le principali cause delle modifiche climatiche mondiali) non sono più i meccanismi naturali a determinare una delle grandi forze naturali che informano la vita sulla Terra.

Oggi l’uomo deve acquisire coscienza del suo enorme potere, ma anche della sua enorme responsabilità verso se stesso, verso le future generazioni e verso il mondo e la Natura come li conosciamo, combattendo contro la sua stessa capacità di percezione che lo porta certo ad essere cosciente dell’inquinamento localizzato e delle conseguenze sulla propria salute, ma a non comprendere le conseguenze sull’atmosfera delle proprie azioni, del proprio stile di vita, del benessere come oggi viene inteso. Del resto l’atmosfera in quanto tale viene essa stessa percepita come data e immutabile. Purtroppo non è così.

 

 

IL CLIMA E IL DIRITTO A UNA VITA DIGNITOSA

Combattere i cambiamenti del clima vuol dire rifondare il concetto di benessere, tornare a legarlo alle condizioni naturali e alle conseguenze delle nostre azioni, esplorare e comprendere i nostri bisogni più profondi e imparare a soddisfarli non solo con oggetti o cose che agiscano da succedanei, ma con soluzioni reali.

Vuol dire non scambiare lo strumento con il fine e capire che lo spreco non è fonte di migliori condizioni di vita, ma di possibili conseguenze catastrofiche per il Pianeta intero.

Vuol dire comprendere come il vero diritto a una vita dignitosa, sicura e nella quale sia garantito a tutti il necessario sia ormai incompatibile con il falso diritto allo spreco.

Vuol dire prendere atto dei tanti fattori che, nel nostro stile di vita, ci impediscono di raggiungere il benessere fisico e mentale affermato dall’OMS.

 

 

FINANZIARE UN MONDO A CARBONIO ZERO

Si deve andare verso un mondo a Carbonio Zero, e i paesi del G8 hanno molte ragioni per agire quali pionieri: essi infatti rappresentano oltre il 60% della ricchezza mondiale in termini di PIL e il 79% delle spese militari. Sono responsabili di circa il 39% delle attuali emissioni mondiali di gas serra e di oltre il 62% delle emissioni storiche accumulate nell’atmosfera, mentre rappresentano solo il 13.5% della popolazione mondiale.

Mentre la proiezione della crescita delle emissioni è indubbiamente significativa in alcune economie emergenti, la responsabilità storica e la capacità dei paesi del G8 rimane inalterata.

I paesi più poveri soffriranno gli impatti più forti del cambiamento climatico, rischiando di vanificare gli sforzi finora compiuti dalla comunità internazionale e dai singoli governi e donatori internazionali nella lotta alla povertà.

Il Rapporto Stern, commissionato dal Ministero del Tesoro britannico e pubblicato lo scorso anno, ha evidenziato come a livello globale sia economicamente più vantaggioso agire subito – e quindi procedere a una drastica riduzione delle emissioni e alla mitigazione degli impatti – anche se occorre prepararsi alle conseguenze ormai inevitabili con un’adeguata strategia e conseguenti azioni di adattamento.

Oggi il mondo ha l’occasione per cercare una maggiore equità e un benessere diffuso e distribuito a livello mondiale.

L’emergenza climatica è la più grande minaccia al raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio nei paesi più poveri, che soffrono già oggi gli impatti più gravi dovuti al surriscaldamento del pianeta, mettendo a rischio i progressi compiuti dalla comunità internazionale nella lotta alla povertà.

Le donne in particolare sono le vittime più colpite, non solo perché appartengono spesso ai gruppi sociali più poveri ed emarginati, ma perché la cura della famiglia in occasione di carestie, siccità e disastri naturali è maggiore e rinforza i ruoli tradizionali che le escludono dalla partecipazione alle attività produttive.

D’altro canto sono soprattutto le donne delle comunità più emarginate ad aver elaborato strategie di adattamento al cambiamento climatico che consentono la loro sopravvivenza e quella delle loro famiglie.

Una maggiore considerazione della voce delle donne nelle negoziazioni sul cambiamento climatico e l’inclusione delle loro esperienze all’interno dei fondi per il finanziamento dell’adattamento sono elementi cruciali per interventi efficaci e sostenibili.

 

 

LA GOVERNANCE

La Convenzione delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (UNFCCC) è la sede internazionale riconosciuta per discutere e affrontare la questione del cambiamento del clima, una sede nella quale i governi dei paesi di tutto il mondo godono di piena rappresentanza.

Il Governo Italiano e il G8 hanno la possibilità di aiutare tali negoziati, indipendentemente da altri processi paralleli di “consultazioni” avviati tra i principali emettitori.

 

 

QUALE RUOLO PER IL G8

I paesi sviluppati, e i G8 in particolare, sono i maggiori responsabili delle emissioni globali, e sono dunque tra gli attori più importanti del negoziato multilaterale sul clima che sta avendo luogo nell’ambito della Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (UNFCCC).

E’ chiaro che nelle trattative delle Nazioni Unite i protagonisti possono essere molti, in positivo o in negativo. La capacità di leadership deve tuttavia impedire che si arrivi, o ci si fermi, a veti incrociati.

Di qui la necessità di una rinnovata capacità di leadership europea, di qui il banco di prova per le potenze asiatiche, dentro e fuori il G8, di qui l’attesa per la nuova amministrazione del Paese che storicamente ha maggiormente contribuito a determinare il fenomeno.

Di qui la necessità che il Governo italiano dimostri la propria capacità di leadership internazionale, combattendo la tendenza interna al “Business as usual” che in questi anni ha portato l’Italia a fermarsi alle lamentele, senza che venisse dato nessun impulso in senso innovativo, anche scegliendo i settori su cui investire come sistema Paese, verso quella che ormai gli economisti chiamano “la rivoluzione necessaria”, vale a dire la rivoluzione industriale verso una sostenibilità reale e un uso delle risorse naturali tale che permetta ai sistemi naturali di sostituirle in un ciclo continuo e non destinato all’esaurimento.

Il clima e l’uso dell’atmosfera saranno il volano, in quanto potenziali moltiplicatori del rischio e degli effetti del cambiamento globale e delle interferenze umane sui sistemi naturali. Il fallimento del G8 di Toyako in Giappone lascia una grande responsabilità sul governo italiano per il G8 del 2009.

Il governo italiano, nell’ospitare il prossimo vertice dei G8, avrà l’opportunità di facilitare una svolta nel negoziato multilaterale, verso un esito positivo della Conferenza delle Parti (COP 15) in programma alla fine del 2009 a Copenaghen, in Danimarca.

Il nuovo accordo sul clima dovrà lanciare una grande sfida, quella della decarbonizzazione del Pianeta attraverso un percorso e delle tappe stabilite che vedano due passi fondamentali: un obiettivo di medio termine e un obiettivo di lungo termine.

Attraverso percorsi differenziati in base alla responsabilità storica, tutti i paesi devono sentirsi coinvolti in questa grande sfida.

Il G8 deve tuttavia assicurare che i paesi sviluppati confermino e aderiscano all’obiettivo, già fissato a Bali nell’ambito dei paesi aderenti al protocollo di Kyoto, di una riduzione delle emissioni del 25 – 40% entro il 2020.

Questa è la condicio sine qua non per arrivare a condividere, attraverso piani e misure nazionali da avviare subito, un obiettivo e una sfida globali nel lungo periodo.

E’ importante che i governi dei G8 sostengano le proposte per il finanziamento degli interventi di mitigazione, adattamento e trasferimento di tecnologie a favore dei paesi in via di sviluppo espressi in sede UNFCCC.

Il governo italiano potrebbe svolgere un ruolo importante nel sostenere le proposte già espresse in sede UNFCCC, favorendo un uso efficace delle risorse ed evitando la dispersione degli sforzi derivante dal proliferare di nuovi fondi e di iniziative individuali al di fuori del negoziato multilaterale. In particolare, un fondo per l’adattamento è stato istituito in occasione della Conferenza delle Parti di Bali nel dicembre del 2007, e un fondo per il trasferimento di tecnologie è in via di definizione sulla base della proposta avanzata dai G77 nell’agosto 2008, nel corso dell’incontro svoltosi ad Accra in ambito UNFCCC.

Entrambe queste iniziative sono sostenute da una larga maggioranza dei paesi del Sud e rientrano nel quadro normativo degli impegni sottoscritti a livello multilaterale dai governi membri sanciti dall’articolo 4.3 della Convenzione delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico.

Crediamo che il governo italiano debba spendersi per un affermazione del multilateralismo nella soluzione del problema del cambiamento climatico, evitando di dare il proprio sostegno a iniziative promosse da governi singoli al di fuori della sede legittimata dell’UNFCCC. Sono molte le contraddizioni ancora presenti nei fondi per il cambiamento climatico (CIFs) istituiti da alcuni governi donatori presso la Banca Mondiale.

Crediamo che il governo italiano debba impegnarsi per monitorare che i finanziamenti messi a disposizione vengano utilizzati per il trasferimento di tecnologie a basse emissioni che permettano di sostenere la transizione dei paesi del Sud verso un’economia a emissioni zero e garantire l’accesso all’energia ai più poveri in questi paesi.

Chiediamo inoltre al governo italiano di spendersi per assicurarsi che in nessuna maniera i fondi versati nei CIFs vengano conteggiati come un adempimento agli impegni di finanziamento secondo il protocollo di Kyoto: in quanto esterni al negoziato multilaterale tali fondi non sono riconosciuti dal gruppo dei Paesi G77, che rappresentano i paesi che oggi soffrono di più gli impatti del cambiamento climatico.

La proposta dei CIFs inoltre non risponde agli impegni sottoscritti dai paesi membri nell’ambito della convenzione, in particolare all’articolo 4.7, secondo il quale i governi maggiormente responsabili delle emissioni a livello globale si impegnano a fornire i finanziamenti e le tecnologie che permetteranno ai paesi in via di sviluppo di far fronte ai costi derivanti dalle azioni necessarie contro il cambiamento climatico e affrontare le diverse emergenze dovute ai fenomeni estremi, alla siccità, alle alluvioni, alle malattie.

Chiediamo inoltre che il governo italiano si impegni all’interno della Banca Europea degli Investimenti, della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo e dell’agenzia di credito all’esportazione italiana, la SACE, perchè venga implementata la moratoria sul finanziamento ai combustibili fossili approvata dal Parlamento Europeo nel novembre del 2007, e per fare in modo che tale moratoria si estenda anche alle altre istituzioni finanziarie internazionali in cui il nostro governo è rappresentato, quali la Banca Mondiale e le banche di sviluppo regionali.

 

OBIETTIVI E RICHIESTE PER IL G8

Il G8 del 2009 potrebbe essere la sede in cui esplorare e presentare soluzioni innovative per il reperimento dei finanziamenti necessari a finanziare il cambiamento climatico, anche sulla base di un auspicabile avanzamento delle proposte presentate in questo stesso documento nella parte dedicata agli aspetti della crisi finanziaria internazionale.

 

Come riconosciuto dalla decisione UNFCCC di Bali, nell’ambito dell’Ad-hoc Working Group sotto il Protocollo di Kyoto, per ridurre il riscaldamento occorre una riduzione tra il 25 ed il 40% entro il 2020, rispetto ai livelli del 1990. Vedere rapporto completo del working group III dell’ IPCC, Capitolo 13, Page 776, http://www.ipcc.ch/pdf/assessment-report/ar4/wg3/ar4-wg3-chapter13.pdf

 

La Coalizione italiana contro la povertà chiede all’Italia in quanto paese membro del G8 e presidente di turno di impegnarsi per il successo dei negoziati in corso nell’ambito della Convenzione sul Clima e del Protocollo di Kyoto delle Nazioni Unite per il periodo post-2012 e, specificatamente, di concordare su:

 

il raggiungimento di un accordo entro e non oltre la Conferenza di Copenaghen, onde evitare un vuoto normativo alla scadenza, nel 2012, del protocollo di Kyoto;

la sottoscrizione di un obiettivo di riduzione delle emissioni climalteranti per i paesi industrializzati del 30% entro il 2020 rispetto ai livelli del 1990, in linea con le raccomandazioni dell’IPCC;

la sottoscrizione di un impegno globale di riduzione dei gas a effetto serra dell’80 per cento entro il 2050;

il finanziamento urgente alle politiche di adattamento nei paesi più vulnerabili e il rafforzamento degli strumenti e dei fondi per l’adattamento previsti in seno alla UNFCCC;

un impegno misurabile, rendicontabile e verificabile a finanziare lo sforzo dei paesi in via di sviluppo per l’adattamento e la riduzione delle emissioni;

la definizione di meccanismi che garantiscano l’accesso alle tecnologie pulite e sostenibili per le economie in via di sviluppo in seno alla UNFCCC.

 

In un mondo in cui le risorse naturali vengono consumate a un ritmo non sostenibile, gli spazi ambientali si deteriorano e la stabilità climatica rischia di essere compromessa, la crisi finanziaria globale rischia di rendere ancora più precarie le condizioni di vita delle persone che, in molti paesi del mondo, non hanno accesso all’acqua, alla salute, all’istruzione, al lavoro.

 

Questo nonostante le numerose dichiarazioni e convenzioni sottoscritte dagli Stati per garantire effettivamente l’esercizio universale di alcuni diritti umani, come il diritto alla vita, alla salute – compresi i diritti connessi alla salute sessuale e riproduttiva- all’istruzione, all’acqua, al lavoro dignitoso. Si tratta di veri e propri diritti negati per molti, ed in particolare per le donne: prime a soffrire delle conseguenze negative di povertà, conflitti, diffusione di pandemie e degrado ambientale, sono ancora oggi, nonostante i divieti posti da varie convenzioni internazionali, vittime di varie forme di discriminazione. Ad essere discriminati sono anche i disabili e le persone colpite da malattia cronica, che vedono minata la loro possibilità di accesso all’istruzione23, ad un’occupazione dignitosa, alla piena integrazione nella società in cui vivono.

 

Nella dichiarazione di Alma Ata del 1978 il diritto alla salute è definito come il diritto ad un equo accesso alle cure di base, senza discriminazione di razza, sesso o altro; il diritto al cibo, all’acqua, alla casa, ad un ambiente salubre; il diritto all’istruzione e all’accesso ad informazioni sulla salute, comprese le informazioni sulla salute sessuale e riproduttiva e sulla pianificazione familiare; il diritto all’accesso ai farmaci di base, che implica la ricerca, lo sviluppo e la commercializzazione di farmaci che siano efficaci ed accessibili.

Il Diritto alla Salute è tutelato dall’art. 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (UDHR), dall’art. 12 del Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali (ICESCR), dagli artt. 11 e 12 della Convenzione sull’Eliminazione di ogni forma di Discriminazione Contro le Donne (CEDAW) e dagli articoli 6 e 24 della Convenzione sui Diritti dei Minori (CRC).

 

I diritti riproduttivi sono stati riconosciuti ed adottati dai Piani d’Azione della Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo del Cairo (1994) e da quelli della Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite sulle Donne di Pechino (1995). La conferenza di Pechino ha riconosciuto anche il diritto alla salute sessuale e riproduttiva.

 

Il Diritto all’istruzione è tutelato, tra gli altri, dall’articolo 25 dell’UNHR, dagli artt. 13 e 14 dell’ICESCR dalla dall’art.28 della CRC, dall’articolo 10 della CEDAW e dall’ art. 5 della CERD.

 

Il Diritto umano all’acqua trova la propria base giuridica, a livello internazionale, in numerosi articoli delle principali Convenzioni, tra cui gli articoli 11 e 12 dell’ICESCR, l’art. 14(2) della CEDAW e l’art. 24(2) della CRC. Molto importante per la corretta individuazione di questo diritto è poi il General Comment n. 15 del 2002 del Comitato Economico e Sociale delle Nazioni Unite (ECOSOC), che al punto 1 afferma: “L’acqua è una risorsa naturale limitata e un bene pubblico fondamentale per la realizzazione degli altri diritti umani.

Il diritto umano all’acqua afferma che ognuno ha diritto ad acqua sufficiente, sicura, accettabile, fisicamente accessibile ed economicamente sostenibile per uso privato e per uso domestico”.

 

Il Diritto ad un lavoro dignitoso trova la propria affermazione nelle numerose Convenzioni e Dichiarazione promosse dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, all’art. 23 della UDHR e agli artt. 6, 7 e 8 dell’ICESCR.

 

Il diritto a non essere discriminati per questioni di genere trova la propria protezione nell’alveo dei principali strumenti internazionali, come la Conferenza di Vienna del 1993, ed i Piani d’azione della Conferenza internazionale su popolazione e sviluppo (Cairo 1994) e sulle donne (Pechino1995). Oltre a questi, vanno segnalati l’art. 2 della UDHR, l’art. 3 dell’ICESCR e l’art. 3 della CRC.

 

L’UNICEF stima che circa 150 milioni di bambini con disabilità non hanno accesso a servizi pediatrici specializzati, tra cui scuole, servizi ricreativi e sociali, e quindi sono a rischio di rimanere analfabeti e senza formazione specializzata, con la conseguenza che non saranno in grado di far parte della forza lavoro in età adulta. Sempre l’UNICEF ribadisce che la situazione è ancora peggiore per le donne con disabilità: solo l’1% di loro sono effettivamente in grado di leggere e scrivere.

 

COME FINANZIARE I DIRITTI ECONOMICI E SOCIALI

I progressi fatti ad oggi dal 2000, anno di firma della Dichiarazione sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, sono stati troppo lenti e parziali: in questa ottica in molti casi il raggiungimento degli Obiettivi entro il 2015 è fortemente a rischio.

E’ il caso dell’acqua: più di un miliardo di persone non ha accesso a questa risorsa e due miliardi e mezzo non hanno accesso a strutture igienico – sanitarie adeguate. Questo causa un milione e mezzo di morti all’anno per diarrea – 4.000 bambini al giorno. Morti facilmente evitabili se tutti avessero accesso ad acqua pulita e strutture igienico-sanitarie efficienti.

Invece, di questo passo, gli obiettivi di sviluppo del millennio ( che impegnano la comunità internazionale a dimezzare la percentuale di persone senza un accesso sostenibile al cibo, all’acqua potabile e alle strutture igienico-sanitarie di base) su questo tema non saranno raggiunti né in Africa sub sahariana né in Asia meridionale.

Anche in materia di salute globale, i progressi non sono incoraggianti: questo settore è quello in cui i progressi verso gli obiettivi di sviluppo del millennio procedono al ritmo più lento.

Ad oggi 1 miliardo di persone hanno scarso accesso all’assistenza sanitaria: una situazione particolarmente dannosa per quelle categorie di persone – presenti in oltre il 25% dei nuclei famigliari in Africa a fronte di una media mondiale del 5% – che hanno particolari disabilità fisiche o intellettive.

L’emergenza globale più conosciuta è rappresentata dalle pandemie e, tra queste, dall’HIV/AIDS. Le persone colpite dall’HIV sono più di 33 milioni nel mondo ed il 90% di esse si concentra in Africa sub-sahariana. In questa regione, la pandemia colpisce sempre più le donne (due giovani africani sieropositivi su tre sono di sesso femminile) e non risparmia i bambini: ogni giorno 1.500 di loro contraggono il virus HIV, spesso perché contagiati dalla madre durante la gravidanza o alla nascita.

La pandemia ha anche ripercussioni indirette molto gravi: abbassando le difese immunitarie, spiana la strada ad altre malattie mortali, come la tubercolosi (ogni tre minuti una persona sieropositiva muore per questa malattia).

Sono tristemente note le ripercussioni sociali ed economiche: in assenza di trattamenti adeguati, le donne affette da HIV/AIDS spesso non riescono più a sostenere economicamente e ad avere cura della loro famiglia. Entro il 2010 più di 20 milioni di bambini dell’Africa sub-sahariana saranno rimasti orfani a causa dell’AIDS (dati reperibili sul sito www.unicef.it, aggiornati a dicembre 2007).

Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio impegnano gli Stati a garantire l’accesso universale alle cure entro il 2010, ma, ad oggi, soltanto 1 malato su 5 può accedere a terapie antiretrovirali e di questi i bambini sono solamente il 10%. I progressi sono ancora più lenti sugli obiettivi che riguardano la salute dei bambini e delle loro madri.

Quasi 10 milioni di bambini ogni anno muoiono prima dei 5 anni e il 99% di queste morti avviene nei paesi in via di sviluppo.

Ogni minuto una donna nel mondo muore per cause connesse alla gravidanza o al parto e, per ogni donna che muore, altre venti rimangono in vita con gravi patologie. Ancora una volta, ad essere maggiormente colpite sono le donne che vivono in Africa e nel Sud Est Asiatico: queste patologie e morti sarebbero largamente evitabili se ogni donna incinta potesse accedere a cure mediche e servizi per la salute sessuale e riproduttiva (per questo l’obiettivo di sviluppo del Millennio numero 5 è stato esteso per includere i diritti alla salute sessuale e riproduttiva e i servizi per l’accesso alle cure).

Prevenire costerebbe molto meno che curare, soprattutto se consideriamo che le patologie legate alla salute sessuale e riproduttiva riducono la produttività complessiva della forza lavoro femminile anche del 20%, con evidenti ripercussioni sullo sviluppo economico di un paese.

Insieme all’accesso alle cure mediche, anche l’accesso all’istruzione è fondamentale per lo sviluppo economico, sociale ed umano di un paese.

Nei paesi che hanno conosciuto una crescita economica continua e rapida, almeno il 40% della popolazione era alfabetizzata: al di sotto di questa soglia, lo sviluppo economico diventa irrealizzabile.

Molti altri paesi che hanno ratificato tali convenzioni in realtà non le attuano e /o prevedono forti restrizioni in alcuni settori, quali i servizi pubblici, soprattutto nella scuola e negli ospedali, nei trasporti e soprattutto nelle zone franche.

A livello individuale, aver ricevuto un’istruzione primaria aumenta il reddito di un individuo del 10% e oltre, se si tratta di un abitante di un paese in via di sviluppo o di una donna.

 

L’istruzione gioca inoltre un ruolo fondamentale nel prevenire la diffusione di pandemie globali – se ogni bambino avesse accesso all’istruzione, potrebbero essere prevenuti sette milioni di nuovi casi di HIV/AIDS (dati reperibili sul sito www.campaignforeducation.org ) e nel costruire la pace nei paesi in guerra o in stato di transizione.
Eppure nel mondo ci sono ancora circa 781 milioni di adulti analfabeti – i due terzi dei quali donne – ed esistono ancora profondi divari nella possibilità di esercitare il diritto all’istruzione.

I 75 milioni di bambini che non possono andare a scuola sono spesso bambine (il 60% del totale), bambini con disabilità fisiche o intellettive (il 30% del totale) e quelli che vivono nei paesi fragili o in conflitto (più della metà).

Alcuni di loro non possono frequentare la scuola perché devono lavorare per aiutare le loro famiglie: il lavoro minorile coinvolge ancora quasi 250 milioni di bambini e bambine. Altri la abbandonano per la scarsa qualità dell’istruzione ricevuta.

L’istruzione secondaria è negata a centinaia di milioni di ragazzi e ragazze e questo ha anche ripercussioni negative sull’accesso al lavoro dignitoso.

Il diritto al lavoro dignitoso, che è intrecciato a tutti gli obiettivi di sviluppo del millennio, è messo a rischio anche da altre cause più complesse. Tra queste, l’importanza sempre maggiore data dalle imprese alla dimensione finanziaria della propria attività, che privilegia l’interesse a breve termine delle borse a scapito della creazione di sviluppo economico e di valore sociale ed erode il potere di indirizzo, controllo, supervisione degli Stati sui processi economici e sull’attività delle imprese transnazionali.

La crescente povertà è fortemente legata ad un aumento della disoccupazione e della precarizzazione del lavoro, alla permanenza di forme drammatiche di sfruttamento come il lavoro minorile, al lavoro forzato (oltre 13 milioni di persone vittime ancora oggi), al traffico di essere umani e ad un crescente numero di lavoratori migranti (oltre 870 milioni, di cui la metà sono donne).

Nei paesi OCSE diventa sempre più difficile mantenere ed estendere le garanzie sociali ai cittadini, quelle stesse garanzie che nei paesi emergenti ed in via di sviluppo stentano ad affermarsi: oggi sia nel Nord che nel Sud del Mondo i salari si stanno riducendo e oltre il 50% dei lavoratori non gode dei diritti di rappresentanza sindacale (ad esempio, Brasile Cina, Corea, India, Iran, Malesia, Marocco, Singapore, Thailandia, Stati Uniti non hanno ratificato la convenzione sulla libertà sindacale).

Anche la disoccupazione giovanile è un’emergenza, un ostacolo enorme alla lotta alla povertà: nel mondo oltre 1 miliardo di lavoratrici e lavoratori è disoccupato o sotto occupato – si tratta specialmente di giovani, per i quali il tasso di disoccupazione è tre volte più alto che per gli adulti. Il 93% dei posti di lavoro disponibili per loro è nell’economia informale: si tratta di occupazioni che non garantiscono il rispetto dei diritti fondamentali del lavoro e nelle quali le condizioni e le tutele sociali sono estremamente precarie.

Il problema è particolarmente significativo nel settore dell’agricoltura e per le donne lavoratrici, spesso impiegate senza la tutela di norme legali e contrattuali, senza accesso al reddito prodotto e a sistemi di protezione sociale.

I quattro pilastri del lavoro dignitoso sono fondamentali nella lotta alla povertà e pertanto è fondamentale lavorare per la promozione dell’occupazione e del lavoro dignitoso come strumento principale di fuoriuscita dalla povertà attraverso il lavoro e il reddito.

Diritti: senza di essi i lavoratori e le lavoratrici non potrebbero avere voce e ottenere un miglioramento delle condizioni di lavoro e di vita.

Protezione sociale: la salvaguardia del reddito è fondamentale come anche la adozione di reti di protezione sociale e previdenziale anche nei paesi poveri.

Dialogo sociale: è lo strumento che permette ai lavoratori e ai loro rappresentanti di definire in modo congiunto e partecipato le scelte degli imprenditori e dei governi per lo sviluppo sostenibile.

A pochi anni dalla scadenza del 2015, questi dati ci dimostrano che, con l’impegno attuale, i progressi effettuati saranno troppo lenti e parziali per permettere la realizzazione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio.

E’ necessario un maggior impegno della comunità internazionale, non solo nel mantenimento di questi impegni, ma anche nel trovare forme nuove di cooperazione e di governance affinché l’acqua, la salute, l’istruzione, il lavoro dignitoso vengano tutelati come beni pubblici globali, il cui godimento sia garantito in modo universale, equo e sostenibile a tutti i cittadini del mondo.

 

QUALE RUOLO PER IL G8

L’Italia, come presidente del G8, ha in questo senso un ruolo chiave in un anno marcato non solo da crisi, ma anche da opportunità positive per la realizzazione dei diritti umani fondamentali e la garanzia dei beni pubblici globali ad essi collegati.

Ad esempio, sul tema dell’accesso all’acqua e ai servizi igienico sanitari, il nostro paese – già chiamato ad effettuare un rapporto sullo stato di avanzamento dell’Action Plan adottato nel G8 di Evian del 2003 – ha l’opportunità storica di elevare il proprio profilo, assumendo la leadership per dare vita ad un Piano Globale d’Azione sull’Acqua e sui servizi igienico sanitari che possa servire a mobilitare gli 11 miliardi di dollari aggiuntivi necessari (stime elaborate da Oxfam Canada, 2008) per raggiungere gli obiettivi del millennio su questo tema, destinandoli al finanziamento di piani igienico sanitari ideati dai paesi in via di sviluppo. In questo modo, l’Italia aggiungerebbe il proprio impegno a quello di Regno Unito e Olanda, che hanno già stanziato 50 milioni di dollari ciascuno che verranno utilizzati in 20 paesi del mondo tramite la creazione di uno strumento di coordinamento degli aiuti.

Sul tema della salute globale, l’Italia assume la Presidenza del G8 ad un anno dal 2010, scadenza fissata dalla comunità internazionale per garantire l’accesso universale alle cure contro l’HIV/AIDS.

Ciò impone al nostro paese di continuare il tradizionale impegno sulla lotta alle pandemie.

Tuttavia, per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio in tema di salute è anche necessario rafforzare e rendere efficienti i sistemi sanitari dei paesi in via di sviluppo, in modo da garantire a tutti l’accesso in modo capillare ed equo ai farmaci essenziali ed ai vaccini.

A questo fine, è cruciale assicurare la presenza di un numero sufficiente di operatori sanitari, assunti, formati e retribuiti in modo adeguato.

Per i paesi donatori, la sfida è quindi quella di adottare un approccio “diagonale”, continuando a finanziare la lotta alle pandemie e in particolare contro l’HIV/AIDS, la tubercolosi, la malaria e rafforzando allo stesso tempo l’investimento volto al sostegno dei sistemi sanitari nazionali, migliorando il sistema di governo (governance) dei distretti e delle loro componenti affinchè siano rispettati gli interessi pubblici, del personale e dei pazienti garantendo l’equità nel finanziamento del sistema sanitario e l’accessibilità ai servizi da parte di tutta la popolazione e soprattutto dei più poveri e bisognosi, e

riconoscendo all’interno della cooperazione sanitaria internazionale il ruolo imprescindibile delle comunità e delle famiglie per l’efficacia del diritto alla salute.

L’approccio diagonale, adottato dal Fondo Globale per la Lotta all’AIDS, alla Tubercolosi e alla Malaria nel 2007 prevede che le azioni “verticali” adottate per far fronte alle tre pandemie vengano integrate maggiormente con azioni “orizzontali” di rafforzamento dei sistemi sanitari. Questo approccio è essenziale, tra l’altro, per affrontare efficacemente i problemi dei pazienti “complessi”, come ad esempio le persone sieropositive e quelle malate di AIDS che rischiano di contrarre la tubercolosi e che dovrebbero, per questo, poter aver accesso a specifici e regolari trattamenti di prevenzione e cura.

In questa ottica, l’Italia è chiamata ad un duplice impegno: quello di impostare un sistema di accountability efficace degli impegni finanziari già assunti e quello di mobilitare risorse aggiuntive.

Sul primo tema, l’Italia dovrebbe continuare il lavoro iniziato nel 2008 con l’adozione da parte del G8 del Toyako Framework for Action on Global Health (nota: Il Toyako Framework for Action on Global Health è un rapporto elaborato dagli esperti sanitari dei paesi G8 e presentato ai Capi di Stato e Governo al G8 di Hokkaido. Questo documento è corredato da una matrice su cui si riportano gli impegni finanziari dei paesi G8 a sostegno della salute globale a partire dal 2000; matrice che potrebbe essere migliorata perché non contiene indicatori comuni che possano permettere comparazioni, né indicazioni rispetto al gap finanziario tra i contributi dei donatori e i bisogni dei paesi in via di sviluppo), per arrivare alla creazione di matrici chiare ed uniformi che possano permettere una maggiore e più stabile tracciabilità delle risorse che i paesi G8 hanno stanziato e stanzieranno per la lotta alle pandemie e il rafforzamento dei sistemi sanitari. Ad esempio, nel 2007 i paesi G8 hanno promesso di destinare 60 miliardi di dollari per la lotta all’AIDS, tubercolosi e malaria e per il rafforzamento dei sistemi sanitari negli anni a venire. A Toyako questi stessi paesi hanno reiterato la promessa e hanno fissato un tempo di versamento di questi contributi di 5 anni. Tuttavia, l’impiego di questi fondi è stato “diluito” verso la “lotta alle malattie infettive ed al rafforzamento della salute”. Così formulato, l’impegno è ritenuto inadeguato dalla società civile.

Sul secondo tema, particolarmente cruciale (nel 2007 mancavano 8,1 miliardi di dollari per assicurare l’accesso universale alle cure e il fabbisogno per l’intera agenda connessa alla salute globale è stato stimato in 38 miliardi di dollari), l’Italia è chiamata in primo luogo a rispettare gli impegni finanziari già assunti – in particolare come paese donatore del Fondo Globale per la Lotta all’AIDS, alla Tubercolosi e alla Malaria – e, in secondo luogo, a svolgere un ruolo nella promozione di iniziative volte a migliorare la quantità e la qualità degli aiuti.

Il nostro paese ha già dimostrato in passato la volontà di lavorare su questo tema, con l’adesione all’International Health Partnership (iniziativa di coordinamento degli aiuti dei paesi donatori volti al rafforzamento dei sistemi sanitari) e partecipando alla creazione di strumenti che si propongono di raccogliere o investire risorse in modo innovativo al servizio della salute globale, come l’Advance Market Commitment – (AMC) o l’International Finance Facility for Immunisation (IFF-Im).

Con questo spirito, l’Italia ha anche recentemente aderito alla Task-force sul Finanziamento Innovativo dei Sistemi Sanitari, istituita al Summit ONU sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio del settembre 2008. La Taskforce sul Finanziamento Innovativo dei Sistemi Sanitari è una iniziativa che si propone di salvare 10 milioni di madri e di bambini e 400 milioni di neonati tramite il reclutamento, la formazione e l’impiego di 1 milione di nuovi operatori sanitari. L’iniziativa – i cui dettagli devono essere ancora stabiliti – si propone di mobilitare 30 miliardi di dollari entro il 2015. L’Italia, rappresentata dal Ministro delle Finanze Giulio Tremonti, è tra gli 8 membri della Taskforce.

Chiediamo al nostro paese di impegnarsi affinché questi strumenti di finanza innovativa siano progettati in modo da generare risorse finanziarie stabili, prevedibili, di qualità che si aggiungano all’aiuto pubblico allo sviluppo tradizionale e non lo sostituiscano.

Crediamo, infatti, che per l’Italia sostenere la finanza innovativa non debba diventare un modo per non rispettare i propri impegni in tema di APS: solo investendo risorse innovative e risorse tradizionali gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio sulla salute possono essere raggiunti.

Anche sull’accesso all’istruzione l’Italia può giocare un ruolo importante con il vertice di quest’anno.

I paesi del G8 sono stati, insieme a Banca Mondiale ed Unesco, i promotori dell’Education For All Fast Track Initiative (EFA-FTI), un meccanismo creato nel 2002 per mobilitare maggiori aiuti per l’accesso all’istruzione e destinarli in modo coordinato, prevedibile e trasparente alla copertura dei fabbisogni di finanziamento dei piani educativi nazionali sviluppati dai paesi in via di sviluppo.

Incoraggiando questi paesi a dare vita a un singolo piano di settore realistico e solido per istruire tutti i bambini ed in particolare le bambine ed a collegarlo ai piani di riduzione della povertà, dal 2002 i tre fondi dell’EFA/FTI40 hanno permesso a più di 40 milioni di bambini e di bambine di andare a scuola, in particolare in Asia sud orientale ed in Africa sub sahariana.

L’EFA/FTI si compone di tre fondi. Il Catalytic Fund è un trust fund finanziato da 21 donatori e gestito dalla Banca Mondiale, per dare supporto finanziario transitorio a quei paesi che hanno una strategia di riduzione della povertà (Poverty Reduction Strategy) e i cui piani educativi sono stati adottati dai donatori, ma che hanno difficoltà nel mobilitare fondi aggiuntivi esterni a livello nazionale.

Il sostegno del Catalytic Fund serve ad iniziare l’attuazione del piano educativo, in attesa che giunga il sostegno degli altri donatori. Diciassette donatori, Italia inclusa, sostengono il Catalytic Fund.

L’Education Program Development Fund (EPDF) ha l’obiettivo di permettere a più paesi a basso reddito di accedere all’FTI e di accelerare il proprio progresso verso l’istruzione primaria. L’EPDF può dare supporto tecnico ed incrementare le competenze per preparare un piano educativo stabile in paesi con deboli capacità.

Nel settembre 2008 un nuovo fondo, il “Transition Fund”, è stato istituito per i paesi fragili in stato di guerra (CAFS, Conflict Affected Fragile States), non ancora in grado di soddisfare i requisiti dell’FTI. Questo fondo permette a questi paesi di beneficiare di maggiori finanziamenti attraverso un meccanismo provvisorio (Interim FTI) che possa servire per definire un piano settoriale attendibile e rispondere quindi alle loro esigenze nel campo dell’educazione.

L’investimento nazionale nel settore educativo è aumentato in più di 70 paesi 41. Tuttavia il successo della Fast Track Initiative è seriamente compromesso dalla riluttanza dei donatori a dare maggiori e migliori aiuti al settore dell’istruzione.

Per realizzare gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio su questo tema si stima infatti che occorrano 9 miliardi di dollari ogni anno, il doppio di quanto mobilitato dagli stati nel mondo per il settore dell’educazione in generale nel 2006.

Ad oggi, più di trentasei paesi sono stati dichiarati “eligibili” per il finanziamento da parte dell’EFA/FTI ma i loro piani non sono stati ancora finanziati per mancanza delle risorse necessarie, pari ad 1 miliardo di dollari43: una situazione che i paesi G8 si sono impegnati a risolvere anche all’ultimo vertice di Hokkaido.

In quella stessa sede, l’Italia si è impegnata ad elaborare un rapporto di medio percorso sull’andamento dell’EFA/FTI e, per giunta, il nostro paese assumerà nel 2009 la co-presidenza dei questo strumento.

Per questo motivo crediamo che l’Italia, seguendo l’esempio di altri paesi donatori come Francia, Germania, Olanda, Regno Unito e Stati Uniti (al summit di Alto Livello delle Nazioni Unite sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, questi paesi donatori, insieme ad agenzie internazionali ed imprese private hanno stanziato complessivamente 4,5 miliardi di dollari nei prossimi tre anni per realizzare l’accesso universale all’istruzione primaria entro il 2015) possa e debba aumentare il suo sostegno finanziario e politico alla Fast Track Initiative, assumendo la leadership per garantire che questo strumento dedichi una maggiore attenzione al ruolo dell’istruzione nei Paesi in conflitto (per maggiori approfondimenti si veda: “Educazione globale: i compiti per l’Italia nel 2009”, briefing note della Sezione Italiana della Campagna Globale per l’Educazione – www.cgeitalia.org).

Perfino la crisi finanziaria e le sue ripercussioni drammatiche sull’economia reale, che produrranno i propri effetti nel corso del 2009, offrono al nostro paese l’importante opportunità di assumere un ruolo positivo per stipulare un “nuovo accordo globale” capace di garantire stabilità economica ed opportunità di sviluppo con effetti positivi sull’ambiente e sul lavoro.

La Presidenza Italiana dovrebbe a questo proposito facilitare l’avvio di un dibattito che, nell’ambito del processo G8 e delle riunioni del G20, porti alla definizione di regole globali per il mercato del lavoro capaci di garantire il rispetto dei diritti fondamentali dei lavoratori, attuando la Dichiarazione dell’ILO e le linee guida emanate dall’OCSE sulle multinazionali.

Per questo i diritti delle donne devono essere tutelati efficacemente, dando particolare attenzione alla concezione, all’attuazione, alla valutazione di genere dei finanziamenti erogati per garantire l’accesso ai servizi essenziali.

In particolare, questo implica l’acquisizione, in fase di valutazione degli interventi, di dati disaggregati per sesso; l’elaborazione di analisi e pianificazioni di genere; la formazione sulle tematiche di genere degli attori coinvolti a tutti i livelli di definizione delle politiche; l’elaborazione e l’uso di indicatori di genere che misurino l’efficacia dei programmi; la predisposizione di forme di inclusione delle organizzazioni femminili nella definizione delle strategie nazionali di sviluppo; la progettazione e la realizzazione di attività specifiche volte ad assicurare la parità di genere e l’empowerment delle donne.

Garantire i diritti economici e sociali richiede anche di fare in modo che nessuno sia escluso dall’accesso alle cure mediche, all’istruzione primaria, all’acqua pulita e a strutture adeguate.

Proseguendo il cammino iniziato dalla Presidenza Tedesca, l’Italia dovrebbe impegnarsi per rafforzare i finanziamenti per i servizi per la salute sessuale e riproduttiva e per la prevenzione della violenza contro le donne, nel quadro di un’efficace risposta alla pandemia HIV/AIDS e porre attenzione al modo in cui l’Education For All – Fast Track Initiative promuove il diritto delle bambine all’istruzione primaria.

Affinché vengano davvero garantiti i diritti di tutti, il Governo Italiano dovrà impegnarsi nell’implementazione rapida della Convenzione sui Diritti delle Persone Disabili recentemente approvata dal Consiglio dei Ministri e all’esame ora del Parlamento, insieme al relativo Protocollo Opzionale che ne rafforza l’azione e il monitoraggio e dovrà attivare al più presto l’Osservatorio Nazionale sulla condizione delle persone con disabilità perché possa essere un efficace polo di riferimento per la questione della disabilità intesa a 360 gradi.

Il governo ha inoltre l’impegno, attraverso l’Osservatorio, di compilare un rapporto a due anni dalla ratifica, e successivamente ogni 4 anni, sulle misure prese per rendere efficaci gli obblighi sanciti dal documento e sui progressi conseguiti al riguardo.

 

 

OBIETTIVI E RICHIESTE PER IL G8

Allo scopo di giocare interamente il proprio ruolo nella definizione di un nuovo modello di sviluppo che possa permettere a tutti gli uomini e le donne del nostro pianeta di avere l’opportunità di trovare un’occupazione dignitosa ed esercitare appieno il diritto alla salute, all’istruzione e all’acqua, l’Italia deve mantenere gli impegni finanziari e politici già assunti su queste tematiche ed esercitare appieno la propria leadership affinché la comunità internazionale sappia definire nuove forme ed istituzioni di governance legittime, trasparenti, democratiche ed efficaci, capaci di tutelare i beni comuni globali e raggiungere risultati ambiziosi sui punti chiave dell’agenda internazionale di sviluppo.

 

La Coalizione italiana contro la povertà chiede all’Italia in quanto paese membro del G8 e presidente di turno di aumentare la quantità del proprio aiuto:

 

destinando maggiori aiuti alla lotta alle pandemie ed al rafforzamento dei sistemi sanitari, compresi i servizi per la salute sessuale e riproduttiva, dei paesi in via di sviluppo, mantenendo la promessa di versare 2,5 miliardi di dollari in 5 anni – 500 milioni all’anno – come parte dei 60 miliardi di dollari promessi dai paesi G8 nel 2008 per la lotta alle malattie infettive e per rafforzare la salute;

 

finanziando con almeno 130 milioni di euro all’anno nel 2009 e nel 2010 il Fondo Globale per la lotta all’AIDS, Tubercolosi e Malaria;

 

definendo, insieme agli altri paesi G8, un piano d’azione internazionale per mobilitare gli 1,8 miliardi di dollari necessari entro il 2010 a realizzare l’accesso universale alla terapia HIV pediatrica e gli 1,5 miliardi necessari a garantire l’accesso universale ai trattamenti di prevenzione della trasmissione dell’HIV da madre a figlio promessi dai paesi G8 nel 2007 in modo addizionale rispetto agli impegni presi nel 2008;

 

applicando la legge 209 in modo da cancellare o convertire i debiti anche a quei Paesi che presentano alti tassi di incidenza dell’HIV/AIDS, in modo che questi possano reinvestire queste risorse in programmi volti al rafforzamento dei sistemi sanitari;

 

promuovendo programmi di cooperazione volti alla promozione e al rispetto dei diritti fondamentali del lavoro, al dialogo sociale e alla promozione del lavoro dignitoso, prevedendo anche che nella cooperazione economica si sostenga l’internazionalizzazione delle imprese solo a patto che queste rispettino le norme internazionali sui diritti umani, del lavoro e dell’ambiente e le Linee Guida Ocse sulle multinazionali;

 

garantendo che Il sistema del commercio multilaterale sostenga la promozione del lavoro dignitoso e lo sviluppo sostenibile dei paesi poveri in un ambiente economico aperto e senza distorsioni, riducendo le barriere e i sostegni in agricoltura e valutando, attraverso un monitoraggio indipendente, l’impatto dei negoziati commerciali sull’occupazione, sulla povertà e sul futuro delle imprese nei paesi poveri;

 

aumentando il proprio sostegno all’Education For All Fast Track Initiative;

 

sostenendo l’accesso all’acqua, così come hanno fatto altri paesi donatori, destinando 50 milioni di dollari al finanziamento di piani nazionali di fornitura di strutture igienico sanitarie;

 

sostenendo finanziariamente – insieme agli altri paesi del G8 – l’attuazione della Convenzione per l’Eliminazione di ogni Forma di Discriminazione sulle Donne (CEDAW), della Piattaforma di Azione di Pechino e del Programma d’Azione del Cairo.

 

L’Italia deve inoltre aumentare la qualità del proprio aiuto:

 

portando avanti il lavoro sull’accountability sulla salute globale promosso dalla Presidenza Giapponese con il Toyako Framework for Action on Global Health;

 

individuando strumenti legislativi adeguati a garantire il carattere prevedibile, continuativo e addizionale dei finanziamenti destinati al Fondo Globale per la Lotta all’AIDS, Tubercolosi e Malaria;

 

sostenendo il lavoro di monitoraggio delle scelte governative da parte della società civile nel sud del mondo (ad es. i gruppi di donne che lavorano sui diritti e sull’eguaglianza di genere); laddove si utilizzi l’aiuto a programma o il sostegno al bilancio educativo, sanitario, igienico-sanitario verso quei paesi che presentino criteri di trasparenza e governance adeguati,

 

integrando l’approccio di genere nella programmazione e nella valutazione dell’efficacia dei propri finanziamenti, così come prescritto dalle Conferenze de Il Cairo e di Pechino;

 

sostenendo i meccanismi innovativi di finanza per lo sviluppo esistenti e partecipando alla definizione di nuovi, assicurandosi che rispettino i principi di efficacia dell’aiuto e che generino risorse addizionali rispetto all’aiuto pubblico allo sviluppo promesso;

 

fare in modo che la società civile – in particolare i settori tradizionalmente più marginalizzati – ed i suoi interessi siano adeguatamente rappresentati nei meccanismi di governance delle istituzioni e dei fondi globali, come ad esempio il Fondo Globale per la Lotta all’AIDS, Tubercolosi e Malaria;

 

includere la società civile nella partecipazione ai lavori dell’EFA-FTI e nella definizione e nella valutazione delle scelte che riguardano la qualità e la quantità degli aiuti all’istruzione;

 

assumere la leadership per la definizione di un sistema di governance capace di tutelare i beni comuni e creare opportunità di lavoro dignitoso.

 

CONCLUSIONI

La Coalizione italiana contro la povertà chiede che i Paesi del G8, e in particolare il Governo italiano in quanto presidente di turno, riconoscano la complementarietà intrinseca delle attuali crisi, identificate nel presente documento come crisi finanziaria, alimentare, climatica ed economica e sociale.

Riconoscerne la complementarietà è infatti indispensabile per elaborare una soluzione efficace e durevole che non si limiti a misure isolate e “verticali”, ma che comporti la definizione di una nuova architettura globale più equa, inclusiva e sostenibile, capace di garantire il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, di sconfiggere la povertà estrema nel mondo e di fronteggiare l’emergenza climatica garantendo il diritto ad un ambiente sicuro e salubre. In tale processo, i paesi del G8 hanno una grande responsabilità.

Pur rappresentando solo il 13,5 % della popolazione mondiale, detengono più del 60% delle ricchezze e hanno giocato e continuano a giocare un ruolo predominante nella definizione del sistema economico-finanziario globale oggi in crisi.

Strumentalizzare la crisi per sottrarsi agli impegni presi verso i più deboli con la sottoscrizione degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e per difendere i diritti umani sarebbe, oltre che iniquo, miope.

La crisi economica colpirà gravemente soprattutto i paesi più poveri, rischiando di annullare i progressi fino ad oggi compiuti, minando la possibilità per milioni di persone di uscire dalla trappola della povertà estrema e indebolendo ulteriormente le economie dei paesi più poveri, le loro capacità di attrarre investimenti, di creare nuovi mercati e di difendersi dalla volatilità delle speculazioni finanziarie.

Le stime delle conseguenze del cedimento del sistema finanziario globale per i paesi più poveri disegnano uno scenario inaccettabile.

Lo scorso novembre il FMI ha previsto un sostanziale calo del PIL, pari a 300 miliardi di dollari. L’ILO stima la presenza di 20 milioni di nuovi disoccupati entro la fine del 2009. 40 milioni di persone in più vivranno sotto la soglia della povertà estrema, vedendosi negati tutti i diritti fondamentali.

La difficile condizione economica dei paesi più ricchi porterà a una contrazione degli scambi commerciali e alla tentazione di attuare misure protezionistiche, danneggiando le già deboli economie dei paesi in via di sviluppo.

Proprio per questi motivi, l’analisi delle 4 sfide nel presente documento dimostra come oggi ancor più che nel passato sia fondamentale che i paesi del G8, e in particolare l’Italia, non si sottraggano agli impegni presi per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e sostenere finanziariamente ed economicamente i paesi più poveri.

Oggi che gli investimenti esteri stanno diminuendo, che le rimesse si riducono, è più che mai importante aumentare l’aiuto pubblico allo sviluppo fino a raggiungere lo 0,7% del PIL, migliorare l’efficacia degli aiuti, finanziare le politiche di adattamento nei paesi più poveri previsti in seno alla UNFCCC e la riduzione delle emissioni climalteranti, eliminare i sussidi all’agricoltura, creare dei sistemi di controllo contro la speculazione sui mercati internazionali dei prodotti di base, rinegoziare anche unilateralmente gli accordi commerciali definendo un sistema aperto, non discriminatorio e che supporti un modello agro-alimentare sostenibile rispettoso della biodiversità e dei mercati locali.

La Coalizione italiana contro la povertà ritiene necessario mettere in agenda un ripensamento delle priorità e delle strategie di sviluppo. Risulta, infatti, indispensabile ripartire da un’economia reale che restituisca dignità al lavoro, puntando su un modello di sviluppo a bassa intensità energetica, che valorizzi le risorse e i cicli naturali, che sia capace di aumentare il controllo e la sovranità delle comunità locali sui propri territori e sulle risorse necessarie per la sussistenza, che possa promuovere lo sviluppo locale, privilegiando le filiere corte e l’integrazione dei mercati regionali, che preveda la partecipazione e l’empowerment di tutti i soggetti coinvolti, in particolar modo delle donne, che costituiscono l’elemento essenziale di qualsiasi dinamica di sviluppo.

E’ indispensabile ripartire da un modello plurale e solidale che garantisca la fruibilità dei beni pubblici globali e il godimento dei diritti umani, grazie a strutture internazionali di governance democratiche, rappresentative e trasparenti, che ristabiliscano la primazia della politica nell’assicurare la convivenza della comunità umana basata sulla giustizia e sull’equità su scala globale e la vita dignitosa di tutte le persone che la compongono. Infine, per garantire che le misure prese in seno al G8 abbiano un reale effetto nel contenere la crisi, è altrettanto importante che il G8 coinvolga i paesi emergenti e quelli più poveri nel definire le proprie politiche di sviluppo.

L’approccio olistico necessario per ridisegnare un equilibrio economico e sociale equo e durevole necessita dell’apporto di tutti gli attori coinvolti compresi quei paesi più poveri dell’Africa che difficilmente hanno potuto partecipare ai tavoli internazionali nell’attuale sistema economico e finanziario che si sta dimostrando fallimentare.

Le questioni trattate in queste pagine sono urgenti e riguardano centinaia di milioni di persone. Le soluzioni proposte sono tecnicamente e politicamente percorribili. I fondi, come la recente crisi delle banche internazionali ci ha mostrato in maniera inequivocabile, sono reperibili, quando esiste la volontà politica di farlo.

Per questo chiediamo ai paesi del G8, e al Governo italiano per primo, di ascoltare la voce della società civile e di agire con responsabilità e lungimiranza.

Redatto con i contributi di:

ActionAid International Italia

AIDOS

Associazione ONG Italiane

Campagna delle Nazioni Unite per gli Obiettivi del Millennio

Campagna Riforma Banca Mondiale

CBM Italia Onlus

Cestas

CGIL

CISL

Intervita

Osservatorio Italiano sull’Azione Globale contro l’AIDS

Oxfam International e Ucodep

Save the Children Italia

Volontari nel mondo – FOCSIV

WWF Italia

 

Le seguenti associazioni aderiscono alla Coalizione italiana contro la povertà:

Acli, Action Aid, Agesci, Aifo, Amici dei popoli, Amref, ARCI-ARCS, Associazione Italiana Donne per lo Sviluppo – AIDOS, Associazione Ong Italiane, Associazione Ricerca e Cooperazione, Azione per la salute globale Italia, Campagna delle Nazioni Unite per gli Obiettivi del Millennio, Campagna Riforma Banca Mondiale, CBM Italia, CCS, Centri per la pace Cesena e Forlì, Cestas, Cesvi, CGIL, Cilap Eapn Italia, CINI, Cipsi, CISL, Cisv, Cittadinanza Attiva, Civitas, CNCA, CND, Coopi, Coordinamento Nazionale Enti Locali per la Pace e i Diritti Umani, CTM Altromercato, DPI-Italia, F.I.S.H, FEDERHAND ONLUS, Fivol, Fondazione Banca Etica, Fondazione Colombia te quiere ver, Forum del Terzo Settore, ICS, Intervita Onlus, Ipsia, Istituo Oikos Onlus, Istituto di Cooperazione Internazionale Progetto Sud, La Gabbianella, Legambiente, Link 2007-Cooperazione in Rete, LVIA – Focsiv, Mani Tese, Masci, Medici con l’Africa-CUAMM, Movimondo, OIRD-CICS, Osservatorio Italiano sull’Azione Globale contro l’AIDS, Oxfam International e Ucodep, PeaceWaves Onlus, Progetto Mondo-MLAL, Retedonnesenzadominio, Save the Children Italia, Sdebitarsi, Segreteria Provinciale del Sindacato FILCA-CISL di Bergamo, Social Watch Italia, Tavola della Pace, Tavola della Riconciliazione e Pace di Benevento, Telefono Azzurro, Terre des Hommes Italia, Transnational Organisation for Development, Employment, Social and Youth (T.O.D.E.S.Y.), UIL, Unicef Italia, Unimondo, Vides Internazionale, Vis, Volontari nel mondo- Focsiv, WWF Italia.

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