La sobrietà per liberarci dalla schiavitù

Martin Luther King diceva che i primi a opporsi all’abolizione della schiavitù non sono i bianchi, ma i neri, la schiavitù è penetrata nelle loro teste. Allo stesso modo i primi a opporsi ad una nuova concezione di benessere basata sulla sobrietà siamo noi che avremmo tutto l’interesse a cambiare, purtroppo consumismo e denaro si sono impadroniti di noi penetrando nelle nostre teste.

Dobbiamo adottare la sobrietà

Pietro Raitano

direttore della rivista Altreconomia

pietro@altreconomia.it

Non è vero che “di più” fa sempre rima con “meglio” o che crescita si associa sempre a sviluppo. Quando il corpo è invaso da un cancro mostruoso che infiltra fegato e reni, comprime il cervello, deforma i lineamenti del viso, la crescita c’è, ma della malattia. Un malsviluppo che conduce alla morte. E come il cancro riorganizza interi distretti per servire la propria espansione, così il consumismo ridefinisce la nostra natura per assoggettarci ai suoi scopi. Bidoni aspiratutto, tubi digerenti a presa diretta: ecco a che cosa vuole ridurci.  

Abbiamo tollerato fin troppo l’insulto, ora dobbiamo ribellarci, gridare in faccia ai mercanti che non siamo ammassi di carne da stimolare elettricamente come le rane. Dobbiamo riaffermare la nostra dignità di persone, esseri a più dimensioni. Non solo corpo, ma anche sfera affettiva, intellettuale, spirituale, sociale. Si ha vero benessere solo se tutte queste dimensioni sono soddisfatte in maniera armonica. Non una che prevale sull’altra, ma tutte soddisfatte nella giusta misura. A ogni dimensione il suo tempo, il suo spazio, la sua corretta qualità.

Martin Luther King diceva che i primi a opporsi all’abolizione della schiavitù non sono i bianchi, ma i neri, la schiavitù è penetrata nelle loro teste. Allo stesso modo i primi a opporci a questa nuova concezione di benessere siamo noi che avremmo tutto l’interesse a cambiare, purtroppo consumismo e denaro si sono impadroniti di noi. Siamo nati, cresciuti, invecchiati nella logica consumista, liberarcene non è semplice. Un modo per riuscirci è fare piazza pulita di tutto, ricominciare da capo a partire dal linguaggio.

Benessere è una bella parola. Fa riferimento all’essere che implicitamente comprende tutte le dimensioni. Ma significa anche esistere da cui deriva esistenza che ha assunto anche il significato di condizione di vita inteso come livello di reddito. Per esempio, sono abituali le espressioni esistenza agiata, esistenza grama. Sotto l’influsso mercantilista l’attenzione si è concentrata sull’agiatezza e oggi il termine benessere è diventato sinonimo di benavere. Così una bella parola è stata storpiata da interessi economici. Senza speranza. Dopo secoli di uso improprio, è impensabile farle recuperare il suo significato originario; per evitare equivoci è meglio sostituirla con un altro vocabolo. I popoli nativi delle Americhe ce l’hanno ed è ancora più bello perché non prende come riferimento l’individuo, ma la vita. È la parola benvivere che il popolo boliviano ha addirittura inserito fra i propri principi costituzionali.

Ci sono parole che rappresentano un mondo. Racchiudono la filosofia di un popolo, la sua visione cosmica, i suoi valori. Nella lingua del popolo aymara, popolo delle Ande, benvivere si dice suma qamaña, dove suma significa “bello, carino, buono, amabile”. Quasi fosse un superlativo: “il bene più bene che si possa immaginare”. Qamaña, invece, significa “abitare, vivere, dimorare”, ma anche “accogliere” perché la vita è accoglienza. Dunque vivere non nel senso fisico del cuore che batte e dei polmoni che respirano, ma vivere nel senso umano, sociale, ambientale, come rapporto con sé, relazione con gli altri, interazione col creato. Evo Morales, presidente della Bolivia, ha precisato che suma qamaña in realtà non è vivere bene, piuttosto “saper convivere sostenendosi a vicenda”. La visione solidaristica contrapposta a quella individualista. La visione del dono contrapposta a quella del mercato. La visione del valore sociale contrapposta a quella del denaro privato. Due pianeti distanti anni luce che devono incontrarsi per il bene dell’umanità.

Da un punto di vista individuale, il benvivere è una situazione in cui sono garantite varie condizioni che attengono a più piani: quello dei diritti, della qualità della vita e dell’ambiente. Alimentazione, acqua, alloggio, salute, istruzione, ma anche inclusione sociale, libertà politiche, libertà religiosa, sono alcuni diritti imprescindibili del benvivere che chiamano in causa la sfera economica, sociale e politica. Distanze, tempi di lavoro e di svago, architettura e dimensioni urbane, forme dell’abitare, disponibilità di verde e servizi, opportunità di aggregazione sociale e politica, sono alcuni aspetti organizzativi che determinano la qualità della vita. Infine qualità dell’aria e dell’acqua, stato di salute dei mari e dei fiumi, stabilità del clima sono gli aspetti che garantiscono un ambiente sano.

Ed ecco la nostra domanda di fondo, quella che sta in cima alle nostre preoccupazioni: è possibile ridurre il nostro consumo di petrolio, di minerali, di acqua, di aria, senza compromettere il benvivere? La risposta è che non solo è possibile, ma addirittura necessario.

Ci sono ambiti in cui la qualità della vita non dipende dalla disponibilità di risorse, ma dalle formule organizzative. Per benvivere in città serve verde, centri storici chiusi al traffico, piste ciclabili, trasporti pubblici adeguati, piccoli negozi diffusi, punti di aggregazione. Per beneabitare servono piccoli condomini con spazi e servizi comuni che favoriscono l’incontro. Per benlavorare servono piccole attività diffuse sul territorio per evitare il pendolarismo e favorire la partecipazione. Per benrelazionarsi servono tempi di lavoro ridotti, momenti senza televisione, tranquillità economica, per favorire il dialogo e la distensione familiare. Tutto ciò non richiede barili di petrolio, ma scelte politiche.

Ci sono altri ambiti, e sono quelli connessi alla qualità dell’ambiente, in cui è addirittura necessario ridurre i barili di petrolio. Se vogliamo abbattere la anidride carbonica, dobbiamo ridurre la produzione di energia elettrica proveniente da centrali alimentate con combustibili fossili. Dobbiamo ridurre il numero di auto in circolazione. Dobbiamo ridurre i chilometri incorporati nelle merci. Dobbiamo adottare la sobrietà, intesa come tentativo di soddisfare i nostri bisogni riducendo al minimo le risorse e la produzione di rifiuti.

 

Eticamente: persona, economia, finanza

Sabina Siniscalchi

Fondazione culturale responsabilità etica

siniscalchi.fondazione@bancaetica.org

 Settecento miliardi di € dall’Unione europea, oltre mille miliardi di $ dal governo degli Usa, trenta miliardi dal governo italiano. In pochi giorni sono state reperite risorse gigantesche per far fronte alla crisi finanziaria, per salvare le banche e arginare il panico degli investitori.

Ma sempre più cittadini si sentono minacciati dalla congiuntura che sta sconquassando il sistema economico mondiale.

Hanno paura di essere privati di quei beni su cui si fonda, secondo l’Onu, la vera sicurezza umana: il lavoro, la casa, la salute, la pensione.

La loro paura cresce nella misura in cui percepiscono che lo stato non interverrà a soccorrerli. Le ingenti risorse per i piani di salvataggio esigono, infatti, tagli ad altri capitoli del bilancio pubblico: la sanità, la scuola, la previdenza, la cooperazione internazionale.

La paura accomuna chi è già povero e chi rischia di diventarlo, chi vive nelle periferie dell’emisfero Sud e chi abita nelle metropoli del Nord.

Per molti la “povertà da crisi” è già realtà quotidiana: la Fao (Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura) calcola che il numero degli affamati crescerà di 40 milioni nel corso del 2009, la Banca mondiale dichiara che sono 100 milioni i “nuovi” poveri. 100 milioni che si aggiungono ai 1200 milioni già censiti.

Nell’Assemblea generale per valutare i progressi compiuti verso gli “Otto obiettivi del millennio”, che si è svolta al Palazzo di vetro nel settembre 2008, il segretario generale dell’Onu ha chiesto 30 miliardi di $ per raggiungere il primo obiettivo che punta al dimezzamento, entro il 2015, delle persone che vivono in povertà, ma queste risorse non si sono trovate. Sono stati racimolati 16 miliardi di $, una somma insufficiente per aiutare i paesi che sono ancora lontani dal traguardo e che anzi regrediranno proprio a causa della crisi.

Si è capito che le risorse per combattere la povertà si ridurranno ancora di più, perché per molti mesi, forse anni, la priorità verrà data al salvataggio delle economie ricche.

Anche la recente conferenza di Doha su “Finanza per lo sviluppo” si è conclusa con un ben magro risultato. Ha ribadito, con scarsa convinzione, alcuni degli impegni presi a Monterrey nel 2002 nel campo dell’aiuto allo sviluppo, degli investimenti e del reperimento di risorse locali, ma non ha avuto il coraggio di affrontare i veri nodi di una finanza di rapina: fuga di capitali, paradisi fiscali, corruzione, mancanza di trasparenza e tracciabilità.

Eppure sono queste le vere cause dell’impoverimento dei popoli del Sud: ogni anno 500 miliardi di $ scappano dal Terzo mondo verso i paradisi fiscali o le grandi banche del Nord: 10 volte quanto viene destinato alla cooperazione allo sviluppo.

La conferenza non ha preso decisioni di rilievo, le cose davvero importanti sono state rimandate al G8 o al G20, luoghi dove i poveri non hanno rappresentanza e dove si vuole solo rattoppare un sistema che ha mostrato tutti i suoi errori e le sue malefatte.

La globalizzazione governata da pochi paesi e dominata da pochi gruppi economici ha prodotto una crescita che il Rapporto sullo sviluppo umano del Programma delle Nazioni unite per lo sviluppo definisce crudele: una crescita senza occupazione, senza pari opportunità, che indebolisce i diritti umani e distrugge la natura.

Una classe politica miope, in particolare nel nostro paese, sembra incapace di vedere vie d’uscita che non siano la ripetizione degli stessi errori degli ultimi 20 anni.

Eppure la crisi potrebbe rappresentare una straordinaria opportunità se aprisse le porte a un nuovo modello di sviluppo.

Un modello le cui caratteristiche sono già delineate negli studi e nelle pratiche delle organizzazioni dei cittadini che si sono attivate per rispondere ai problemi che la globalizzazione ha loro creato.

Un modello che l’Onu hanno chiamato il Green new deal (Nuovo corso verde).

Rilanciare lo sviluppo a partire dall’ambiente, incentivare l’uso delle energie rinnovabili, favorire la “occupazione verde”, premiare le imprese socialmente e ambientalmente responsabili, ridurre gli sprechi in tutta la catena della produzione, distribuzione e consumo.

Potenziare il capitale umano e sociale, investendo in istruzione e salute: i veri motori di sviluppo.

Rimettere l’occupazione dignitosa (il “lavoro dignitoso” secondo la definizione dell’Organizzazione internazionale del lavoro) al centro delle attività produttive, penalizzare le ristrutturazioni aziendali che comportano licenziamenti di massa.

Attuare tutti gli interventi fiscali, economici e finanziari che portano alla ridistribuzione delle risorse. Non è vero che bisogna puntare sulla crescita, che poi “sgocciola” fino ai poveri, come sostengono i liberisti: studi della New economic foundation dimostrano che per 100 $ di crescita solo 60 centesimi arrivano ai poveri.

Intervenire con decisione sugli aspetti più rischiosi dei mercati finanziari: dai paradisi fiscali alle speculazioni sulle valute, dai fondi speculativi al segreto bancario.

Mettere fine all’economia di guerra. Gli investimenti nel settore degli armamenti e le spese per la difesa sono aumentati paurosamente a partire dalla guerra in Afghanistan. Tutti gli impegni per lo sviluppo, tutti i processi di pace vengono annientati dal commercio mondiale delle armi sempre più fiorente.

Ridare riconoscimento e vigore alle sedi multilaterali di negoziato, secondo il principio della più ampia rappresentatività.

Eleggere a modello economico, ma anche culturale, i comportamenti virtuosi dell’economia civile e della finanza etica, basati sull’idea di mutualità, condivisione e giustizia sociale.

Un ordine del giorno di cambiamento reale, che non ci rimanda al tempo dell’utopia, ma alle scelte possibili di oggi.

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