01 Set

La risposta è la rivoluzione verde e biotecnologica

Mito: le sementi migliorate dalla Rivoluzione Verde e da quella biotecnologica (Organismi Geneticamente Modificati) aumentano il rendimento delle colture e di conseguenza sono la chiave per far finire la fame nel mondo. Alti rendimenti significano maggiori guadagni per i contadini poveri e una situazione di maggiore produzione corrisponde ad una situazione di minor fame.

A questo mito rispondiamo che: gli uomini hanno iniziato a migliorare le sementi fin dagli albori dell’agricoltura attraverso la sperimentazione diretta, il termine Rivoluzione Verde è stato coniato negli anni ‘60 per sottolineare un “avanzamento” particolarmente sorprendente.

Le ragioni per le quali le varietà “moderne” di sementi risultano maggiormente produttive, risiede nella maggiore capacità a sfruttare i sistemi irrigui e di reagire positivamente ai fertilizzanti petrolchimici, ciò ha permesso una conversione più efficiente dei prodotti chimici in alimenti. Intorno agli anni ‘90, quasi il 75% delle aree seminate a riso in Asia utilizzavano sementi migliorate, così anche il 50% del frumento in Africa e il 50% del mais dell’America Latina. Oggi più del 70% delle sementi utilizzate sono sementi migliorate sottoposte a brevetti e royalities (diritti sull’uso delle sementi). È evidente che i miglioramenti apportati dalla Rivoluzione Verde non sono un mito. Grazie alle nuove sementi si raccolgono decine di milioni di tonnellate in più di cereali nel mondo. Ora si sta promuovendo in ugual maniera la “Seconda Rivoluzione Verde”, quella biotecnologica. Però, quanto realmente si può dimostrare che, sia per la prima che per la sconda Rivoluzione Verde, si sono dimostrate delle strategie vincenti per combattere la fame nel mondo?

É ormai a tutti chiaro che per risolvere il problema della fame nel mondo non è sufficiente aumentare la produzione degli alimenti. Se non si ha la terra da coltivare, o il denaro per comprarla e comprare le sementi migliorate, al di là dello spettacolare aumento produttivo di alimenti che la tecnologia ha consentito, non si arriverà mai a risolvere il problema della fame nel mondo. É dimostrato che quando si introduce una qualunque nuova tecnologia agricola in un certo sistema sociale, a beneficiarne sono i più ricchi e non i più poveri e ciò rende i ricchi ancora più competitivi e i poveri ancora più deboli. Quindi si può giungere alla conclusione che, senza una strategia sociale che modifichi le tendenze passate ed attuali, centrata sulla mancanza di potere dei più poveri, , il risultato tragico è che: sementi più produttive e più alimenti creeranno un aumento della povertà e della fame. Nel periodo di massima espansione della Rivoluzione Verde, tra gli anni ‘70 e ‘90, la popolazione mondaile sofferente la fame ha continuato incessantemente ad aumentare. Volendo muovere alcune critiche alla Rivoluzione Verde possiamo aggiungere che: ha riguardato solo solo due o tre tipologie principali di alimenti, ignorando totalmente la ricca biodiversità alimentare prodotta dai contadini, come ad esempio verdura, legumi, che sono la chiave della nutrizione delle famiglie povere; le sue tecnologie funzionano solamente su terreni di buona qualità, irrigui e necessitavano di grandi quantità di agrotossici e fertilizzanti di sintesi. L’evidenza dei fatti mette in luce che il sistema dell’agricoltura promosso dalla Rivoluzione Verde non è ecologicamente sostenibile, oltre modo, la dipendenza dai prodotti chimici crea, per gli agricoltori più poveri, maggiore indebitamento e precarizzazione.

Per quanto riguarda la Seconda Rivoluzione Verde, le agrobiotecnologie sono state annunciate come la rivoluzione che si propone la radicale modificazione delle dinamiche produttive, delle scelte alimentari e degli stili di vita individuali. Con l’introduzione delle moderne tecnologie genetiche si concretizza, per la prima volta nella storia della vita, la possibilità di riprodurre gli organismi viventi in laboratorio, mediante l’alterazione dell’identità genetica. Il rilascio ambientale di organismi geneticamente modificati (OGM) è soggetta, almeno in Europa, da una normativa abbastanza dettagliata che stabilisce le condizioni ed i controlli da accompagnare al rilascio di OGM. Sono state previste sia delle trappole fisiche (barriere) che trappole biologiche (stabilità, incompatibilità sessuale, meccanismi di morte programmata) che dovrebbero assicurare la controllabilità degli individui durante il rilascio. Nel caso di incidenti e nelle condizioni in cui il rilascio diventasse incontrollato queste barriere dovrebbero garantire la non diffusione ambientale dell’agente, in questo caso l’individuo ricombinante derivante dall’incrocio di varietà “spontanee” e varietà modificate geneticamente. Questo meccanismo assomiglia moltissimo a quello messo in atto per il controllo delle emissioni potenzialmente inquinanti (in atmosfera o in corpi idrici) e soprattutto assomiglia a quanto si cerca di attuare nelle centrali nucleari. Infatti il principio ispiratore non è la prevenzione del rischio ma la adozione di un rischio calcolato o meglio la minimizzazione del rischio. In realtà, il trasferimento dei trasgeni da una Pianta Geneticamente Modificata (PGM) a specie apparentate o relative è ormai una realtà; lo spostamento attraverso il pianeta di prodotti alimentari (o di materie prime agricole) rende questa trasmigrazione estremamente rapida da aree dove i selvatici appartenenti sono scarsi in aree da cui originariamente si sono sviluppate le specie oggi coltivate (centri di diversità e di origine) in cui si trovano un numero rilevante di specie selvatiche sessualmente compatibili con le PGM. Poiché la maggior parte dei centri di diversità sono concentrati nei paesi del Sud del Mondo, sono proprio questi quelli che rischiano di subire i maggiori danni. L’utilizzazione di nuove varietà fortemente produttive, richiede, necessariamente, l’impiego di una quantità di acqua notevolmente superiore, come già dimostrato dalla “prima rivoluzione verde” e dall’utilizzo esponenziale dei concimi chimici. Dal punto di vista sistemico, i vantaggi economici prospettati dall’impiego di OGM sono destinati a tradursi in ulteriore consumo di materie prime naturali. E’ evidente che una dipendenza così forte, oltre a porre l’intero Pianeta in una situazione di forte fragilità alimentare, rende scarsamente credibili strategie di sovranità alimentare di qualunque paese la cui popolazione avesse un accesso insicuro e difficile al cibo; i rischi di insicurezza alimentare si combattono, soprattutto, diversificando stabilmente e permanentemente le fonti di approvvigionamento dell’alimentazione umana. Teniamo a mente che oggi su tutto il pianeta sono coltivate al massimo 1500 piante diverse; ma il 95% del fabbisogno alimentare complessivo è fornito da solo 30 specie diverse di piante.

Nei confronti dei contadini, tutte le multinazionali produttrici di OGM si comportano più o meno allo stesso modo, con i coltivatori vengono stipulati dei veri e propri “contratti capestro” per evitare, dopo il primo raccolto, l’uso in proprio dei semi geneticamente modificati, oppure consegnando OGM che producono semi sterili, costringendo il coltivatore a dover ricomprare la semente ogni volta, il che, come già accennato, non è proprio in sintonia con la dichiarata volontà di “eliminare il problema della fame nel mondo”, è piuttosto il produrre strutturalmente l’insicurezza alimentare.

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