18 Ago

 Mito: Siccità, inondazioni e altri eventi atmosferici fuori dal controllo umano sono una causa della fame.

La “fame della patata” uccise miglioni di persone in irlanda fra il 1845 e il 1849, mentre circa un milione e mezzo di irlandesi furono costretti ad emigrare. Nella storia ufficiale si descrive questo evento come un disastro naturale, una epidemia della peronospora della patata che causò la fame. Poche persone sanno che in quello stesso periodo l’Irlanda era esportatrice netta di alimenti. La stessa malattia colpì le coltivazioni di tutta Europa, ma solo in Irlanda ebbe quell’effetto devastante. Nel 1846, in un documento diretto al primo ministro irlandese si segnalava: per 46 anni la popolazione irlandese ha alimentato la popolazione inglese con i migliori prodotti della propria agricoltura, mentre l’Irlanda esporta il suo frumento e carne a profusione, la propria alimentazione si deteriora… sulla tavola dei contadini non reatano altro che patate. Da allora ad oggi la situazione non è cambiata molto per quanto riguarda i Paesi Meno Industrializzati.

I dati statistici dimostrano che il numero delle vittime causate dai disastri naturali sono aumentate di sei volte tra gli anni ‘60 e ‘70, molto più dell’aumento del numero delle catastrofi. Tali dati rendono palese il fatto che non sono i disastri naturali che sono particolarmente aumentati nella loro frequenza o intensità ma piuttosto che le persone sono diventate maggiormente vulnerabili. Le azioni umane fanno si che le persone siano sempre più vulnerabili ai capricci della natura, ciò accade, ad esempio, quando si ha l’espropriazione dei territori e l’espulsione delle popolazioni (es. indios amazzonia) , quando alle popolazioni sono lasciate solo le terre marginali, le meno fertili e le più fragili idrogeologicamente, quando i contadini non riescon a pagare i loro debiti eccessivi, quando i lavoratori agricoli sono mal retribuiti. Tutto questo causa un debilitamento cronico per mala nutrizione e la morte di milioni di persone. I disastri naturali non sono la causa, solo il colpo di grazia.

La lezione della fame in Bangladesh

Nell’autunno del 1974 l’attenzione internazionale si rivolse verso una delle peggiori carestie della storia dei tempi monderni, in Bangladesh. I media di comunicazione accettarono fin da subito la notizia che 100.000 persone erano morte per denutrizione a causa delle innondazioni che avevano distrutto i raccolti. Le notizie dirette della popolazione locale però dicevano che non vi era, in realtà, penuria di cibo in Bangaldesh, il problema è che non era equamente distribuito. In realtà la penuria di cibo del 1974 non fu eccezionale; Amartya Sen ha denunciato il fatto affermando che la fame non era prodotta da scarsezza reale di cibo ma del fatto che non si teneva conto delle reali necessità della popolazione. Quando a questa si negano le risorse per poter coltivare o si tassano eccessivamente o si commerciano prodotti a prezzi esageratamente bassi (causa dumping) non si possono soddisfare le necessita familiari e ciò sta alla base di moltissime morti per denutrizione. In aggiunta a ciò, le previsioni di possibili deficit alimentari, stimolano i commercianti e i grandi produttori ad accaparrarsi alimenti, garantendo così la scarsezza per i più e un guadagno per loro stessi: mentre per molti la scarsezza significa sofferenza, per altri significa guadagno.

La lunga penuria di alimenti nel Sahel africano

A metà degli anni ottanta la siccità e la fame colpirono il Sahel. I contadini più poveri furono quelli che più ne soffrirono. Indebitati con i grandi commercianti di sementi e mezzi tecnici, si sono visti obbligati a vendere i propri raccolti a prezzi miserabili e furono lasciati senza riserve necessarie per la “situazione di fame”. Allo stesso modo non avevano sufficiente denaro per comprare gli alimenti dato che in seguito i commercianti avevano aumentato il prezzo con avidità per beneficiare al massimo della scarsità dei raccolti. Fu il debito e non le avversità atmosferiche il vero assassino dei contadini del Sahel. La desertificazione del Sahel è un problema che ha acutizzato la vulmerabilità delle popolazioni contadine e di pastori. In realtà, la desertificazione è un processo causato dall’uomo come risultato dell’uso maldestro dei territori fragili. Iniziato nel periodo coloniale e intensificatosi negli ultimi decenni, l’impulso dato alle coltivazioni da esportazione ha sottratto le terre fertili ed espulso i produttori di alimenti locali verso aree soggette alla siccità. Anche in questo caso il mondo si mobilitò per fare fronte alla carestia, si deve però rilevare che nei programmi internazionali di assistenza e aiuto, la maggior parte del denaro è stato direzionato verso progetti di irrigazione su grande scala (tecnicamente molto onerosi) e che in generale hanno favorito solamente le produzioni per l’esportazione, ciò a danno della produzione locale di alimenti e dei contadini più poveri. Per tale motivo, non sorprende il fatto che durante la siccità del 1982-1985 un buon numero di paesi del Sahel aumentarono le proprie esportazioni di prodotti agricoli mentre la produzione di alimenti per il consumo locale diminui; particolarmente durante la siccità del 1984 si esportò da questa area una quantità record di cotone.

Nel complesso, tra gli anni ‘80 e ‘90, dei trenta e più Stati dell’africa subshariana che affrontarono lunghi periodi di siccità, solamente in 5 stati: Mozambico, Angola, Sudan, Chad ed Etiopia, vi fu carestia, tutti paesi dove imperversavano le guerre scatenate da interessi esterni. La stessa cosa è accaduta i Ruanda agli inizi degli anni ‘90. Si può affermare che furono le guerre e non la siccità a provocare le carestie in quel periodo in quell’area dell’Africa. In realtà, tutta la storia dell’Africa è intrisa di società umane che han lavorato nei secoli per difendersi dalla siccità, ciò è una costituente integrante della cultura delle popolazioni agricole. L’avvento delle nuove tecnologie e delle guerre ha cancellato tutto ciò.

Possiamo concludere che le crisi alimentari non sono collegabili direttamente a disastri naturali ma piuttosto a disastri sociali, sono il risultato di azioni umane e non di “azioni divine”. La domanda di alimenti è soddisfatta attraverso il mercato, muoiono di fame coloro che non possono accedere al mercato. La fame e le carestie sono di solito una calamità per i poveri e una opportunità per i ricchi. Dopo un periodo di siccità, quando finalmente arriva la pioggia, o quando le inondazioni retrocedono, nella maggior parte delle società, l’accesso alle risorse produttive da parte delle popolazioni risulta diminuito, non si ritorna mai al punto di partenza. I contadini e pastori poveri, che erano vulnerabili prima della catastrofe, dopo di essa si ritrovano solitamente con maggiore insicurezza. Se le persone sono costrette per le pressioni economiche e commerciali ad abusare del suolo e ad abbandonare le tecniche tradizionali di conservazione (ampiamente sperimentate) le crisi alimentari saranno sempre più frequenti.

Gli alimenti sono utilizzati da sempre come armi da guerra e la fame ne è sempre il risultato. Se crediamo che le carestie sono provocate dai capricci della natura ci sentiremo impotenti, per tanto avremo una scusa per non agire. Sapendo invece che la fame è il risultato delle azioni umane, possiamo guardare al futuro con speranza.

One Response to “2° Mito sulla fame: la natura ci è avversa”

  1. 1
    totò Says:

    da non sottovalutare però le conseguenze che questa nostra cosiddetta civlità sta creando, dai cambiamenti climatici, alla desertificazione, alla carenza di acqua e alla sempre maggiore fragilità dell’ecosistema, tutte situazioni critiche che stanno aumentando pericolosamente e che vanno a ribaltarsi in modo più disastroso proprio sulle situazioni di degrado sociale che giustamente sottolinei, situazioni a loro volta conseguenza della stessa nostra “civiltà”. Il tutto rischia di diventare esplosivo nel giro di pochi anni, chi ha fame e non ha speranze quanto ancora resterà solo vittima e non reagirà con violenza? I focolai ci sono già e nonostante i media li minimizzino l’occidente ha già iniziato ad aver paura e la paura non porta buoni consigli, razzismo e intolleranza crescono, bisogni di sicurezza travalicano un minimo di morale o etica. Proprio nel nostro paese simbolo del cristianesimo, ora abbiamo l’esercito nelle città, siamo su una china che non può dare a nessuno ricco o povero che sia un mondo migliore e all’orizzonte si prefigurano scenari di guerra. Reagiamo assieme a questa barbarie che sta avanzando, costruiamo assieme modelli di pace e di solidarietà che diano un segno di speranza e di sollievo. E’ tempo di agire.

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